Actions

Work Header

catch your flight right when i was just about to fall

Summary:

Non vuole scrivergli un messaggio, sarebbe patetico. Cosa scriverebbe? “ehi ciao scusa volevo informarti che mi dispiace molto per quello che ho detto l’altra sera, non lo penso davvero. quando torni a casa? andiamo a farci un giro quando torni a casa? per favore torna a casa.” Ridicolo.

or: cosa succede dopo che simone sale su quell'aereo

Notes:

questa è stata scritta nella settimana dopo l'episodio in cui simone va a glasgow ed ero ancora piena di speranza, enjoy

(See the end of the work for more notes.)

Work Text:

Simone è sdraiato sul divano, una coperta sulle gambe e una montagna di cuscini dietro alla testa. Nell’appartamento di sua madre non c’è un altro letto e Simone si è rifiutato di rubarle il suo posto. Riesce a sentirla muoversi nella sua stanza, in fondo al corridoio.

Ha passato il pomeriggio su quello stesso divano a spiegare a sua madre cosa è successo nei giorni precedenti, ripetendo tutto meccanicamente. Come se nulla di tutto questo fosse accaduto a lui. Mentre le parole uscivano dalle sue labbra come una cascata, nessuna aveva un significato reale. C’erano solo i cuscini morbidi sotto di lui e la mano della mamma che gli pettinava lentamente i capelli e mormorava parole gentili. Non aveva realizzato quanto le ultime settimane, passate a difendersi da suo padre e ogni possibile interazione con lui, lo avessero portato ad avere così bisogno di una voce amica. (Sua madre non gli era sembrata sorpresa dalle parole che erano uscite dalla sua bocca. Simone si era domandato se suo padre avesse avuto qualcosa a che fare al riguardo). 

Mentre parlava, di Laura, di Dante, di Manuel, di Manuel, di Manuel, stava raccontando una storia di fantasia. Era stato tutto reale? Sembrava improbabile, quando le uniche certezze erano Glasgow e la pioggia leggera che ticchettava sul soffitto. Simone non era certo che il mondo fosse mai esistito prima di quel momento. Sarebbe esistito anche dopo? Probabilmente no, era solo un’altra cosa piuttosto inverosimile. 

Quello di cui era certo era che se anche il mondo avesse fatto l’impossibile e fosse andato avanti ad esistere, non avrebbe riguardato lui. Perché lui era sul divano e basta. E se fosse diventato un tutt'uno con il divano, il mondo avrebbe continuato i suoi giri improbabili intorno al sole, anche senza di lui. 

Ora però, nel buio della stanza, c’è un angolino nascosto della sua mente che gli sta dicendo che non può semplicemente diventare il divano, non può funzionare così. C’è un piccolo pensiero, nascosto nella confusione, che gli ricorda che, prima o poi, dovrà tornare a Roma, che dovrà scusarsi con la nonna e forse (solo forse), anche con suo padre per il modo in cui è scappato. C’è troppo a Roma per pensare di rimanere qui in eterno. 

Ci ha pensato. Ci ha riflettuto a lungo, mentre cercava inutilmente di addormentarsi. Ha pensato che Glasgow sarebbe potuta diventare una nuova realtà. 

Nel buio della stanza però, la sua mente viaggia verso casa. Non vuole, non vuole, non vuole pensare a Manuel, ma non riesce a smettere e i suoi pensieri vanno automaticamente a lui, da settimane ormai. I suoi pensieri sono mescolati, confusi e disordinati ma sempre legati da un filo invisibile che è Manuel Manuel Manuel.

Manuel addormentato in camera sua, la sensazione di essere sul punto di perderlo per sempre. Manuel a scuola, in classe, in corridoio e tutti gli scherzi idioti che si fanno a vicenda. Manuel sdraiato nel giardino della villa, quando nemmeno la puzza dell’erba riusciva a coprire il profumo dei suoi capelli. Manuel nel suo box, mentre lo tatua e la sensazione che a bruciare di più siano i suoi polpastrelli sulla spalla piuttosto che l’ago nella sua pelle. Manuel al museo e quel momento in cui Simone è riuscito a sentire il suo profumo così familiare e quell’istante ancora più breve in cui le loro labbra si sono sfiorate. Manuel alla villa, l’ultima sera, e la cattiveria con cui lo ha guardato dritto negli occhi e gli ha spezzato il cuore in un battito di ciglia. Simone aveva deciso quello stesso momento che sarebbe stata l’ultima volta che gli avrebbe concesso di spezzargli il cuore così in fretta. Aveva deciso che avrebbe smesso di esistere nel suo mondo. 

Ma prendere questa decisione non è sufficiente perché non riesce a controllare i suoi ricordi e Simone si ricorda tutto troppo bene. Non c’è modo di far sparire Manuel. 

E ripensa al museo, e a quell’assurda necessità di baciarlo che ha spinto Simone a farlo veramente. Simone vorrebbe prendersi a schiaffi. Come ha potuto pensare che fosse una buona idea? Come se il suo amore per Manuel fosse sufficiente a fare innamorare anche lui. E Simone è disperatamente innamorato di Manuel.

“Sono uno scemo,” mormora sottovoce. “Sono un deficiente,” e sa che potrebbe andare avanti per ore ad odiarsi, ma non cambierebbe nulla. 

***

Manuel sta camminando nel box, avanti e indietro da ore. Sta calciando una chiave inglese, avanti e indietro da ore. I suoi pensieri stanno correndo, avanti e indietro da ore.

Devo parlare con Simone. 

Dovrei chiamarlo.

Non so nemmeno se il suo telefono prende. 

E se anche avesse campo la chiamata mi costerebbe di più? 

Comunque non mi risponderebbe. 

Potrei provare a fare una videochiamata. 

Un motivo in più per non rispondermi. 

Tira un altro calcio alla chiave inglese. Dovrebbe tornarsene a casa, o lavorare a qualcosa nel box. Qualsiasi cosa che possa distogliere i suoi pensieri da Simone.

Devo parlare con Simone , pensa di nuovo. 

“Cristo,” borbotta.

Ripensa alla serata alla villa, a quando Simone è scappato. Aveva pensato di seguirlo, di cercarlo, ma era partito troppo tardi e l’aveva perso appena fuori dai campi della proprietà. Aveva imprecato per qualche minuto nel bel mezzo di un incrocio, indeciso sul da farsi. 

E aveva deciso che la cosa migliore da fare era aspettare il giorno successivo. Lasciare almeno che a Simone passasse la voglia di prenderlo a cazzotti. 

Ma ovviamente Simone lunedì non si era presentato a scuola. Manuel aveva fermato il professore per chiedergli dove fosse. 

Dante aveva aggrottato le sopracciglia. “Non ti ha contattato?” Manuel aveva scosso la testa e il professore aveva sospirato. “È a Glasgow.”

“Che cazzo significa Glasgow? Glasgow in Inghilterra?”

“Glasgow è in Scozia.”

“Non me ne frega di dove sta Glasgow, Simone è in un altro cazzo di paese?”

“Manuel, per favore, devo chiederti di evitare di dire certe parole.”

Lo aveva ignorato. “E quando pensa di tornare?”

“Non lo so, Manuel. Sono informato quanto te. Anche se ho motivo di immaginare che tu sappia meglio di me i suoi motivi.”

“Merda, cazzo. Cazzo,” aveva sussurrato, passandosi le mani nei capelli.

“Manuel.”

“Sì, sì, prof, scusi e arrivederci, eh.”

Cristo, ho fatto un casino. Merda.

Non sa cosa fare per migliorare la situazione. Non vuole scrivergli un messaggio, sarebbe patetico. Cosa scriverebbe? “ehi ciao scusa volevo informarti che mi dispiace molto per quello che ho detto l’altra sera, non lo penso davvero. quando torni a casa? andiamo a farci un giro quando torni a casa? per favore torna a casa.” Ridicolo. 

Potrebbe chiamarlo ma sarebbe troppo facile per Simone rifiutarsi di parlargli. Devo chiamare Simone, devo chiamare Simone, devo chiamare Simone, devo parlare con lui. 

Dà un ultimo calcio alla chiave inglese e rinuncia. Sblocca il telefono e preme il tasto di chiamata sul contatto di Simone. Squilla per qualche secondo, poi il tut-tut-tut si interrompe e il cuore di Manuel, che a quanto pare stava andando a tempo con gli squilli, salta almeno tre battiti prima di riprendere a funzionare. “Simone? Simo-” 

La chiamata viene chiusa ma Manuel è certo di aver sentito Simone dall’altro capo della linea. “Cazzo, Simone.” Manuel si lascia scivolare a terra. “Fanculo, Simone.”

Le sue dita esitano di nuovo sul tasto della chiamata e non sa se è pronto a farsi sbattere di nuovo il telefono in faccia, ma almeno le sue labbra sembrano gioire nel pronunciare il suo nome. “Simone, Simone…” mormora.

Perché non riesce a smettere di pensare a lui? È solo il senso di colpa? La necessità di scusarsi con il suo migliore amico?

Il mio migliore amico? , pensa aggrottando la fronte.

Non riesce a pensare a nessun’altra persona che non sia Simone, Simone o Simone. 

Cerca una sigaretta sul bancone dal lavoro e quando finalmente la trova tira un sospiro di sollievo. Forse così potrebbe riuscire a concentrarsi su qualcosa che non sia complicato, qualcosa che non sia Simone, ed eccolo: è di nuovo al punto di partenza. 

Perfino la sigaretta tra le sue dita riesce a riportargli alla mente Simone, la prima volta che gli ha dato una canna. Lui aveva detto che puzzava e Manuel aveva replicato “Ma puzzerai te,” con un grande sorriso sul viso quando anche Simone aveva ridacchiato.  

La verità era che anche sotto all’odore dell’erba era riuscito a sentire il profumo di Simone. Sapeva di casa e di qualcosa che non riusciva a identificare, qualcosa nascosto nei meandri dei suoi ricordi d’infanzia che lo faceva sentire al sicuro. E forse anche un po’ di olio per i motori, dopo il pomeriggio passato nel box. Aveva dato a Manuel la sensazione di aver respirato una boccata di fumo più grande di quanto i suoi polmoni potessero contenere. 

E adesso l’unica cosa che riesce a sentire è l’eco di quel profumo e l'unica cosa che riesce a vedere sono i movimenti incerti e delicati della mani di Simone sulla canna. 

Ed eccolo qui. Seduto sul cemento freddo e sporco del suo garage a pensare alle mani di Simone Balestra. E il pensiero delle sue mani non può fare altro che portare alla sua mente il ricordo della giornata al museo. Al fantasma delle labbra di Simone sopra le sue.

Anche in quel momento aveva sentito il suo profumo ed era stato terrificante. Si era spaventato a morte perché non era certo di cosa Simone gli stesse chiedendo e non era certo di quale sarebbe potuta essere la sua risposta. 

Il modo in cui Simone era entrato nella sua vita, dopo anni passati ad orbitare l’uno accanto all’altro senza mai effettivamente incontrarsi, era stato… sorprendente. Simone era stato sorprendente.

Manuel non è certo di aver mai voluto così tanto bene a una sola persona, ad eccezione di sua madre. 

Non può permettersi di perderlo. È ingiusto da parte sua, il suo desiderio di tenere Simone tutto per sé mentre lui non si vuole legare a nessuno. Non per davvero.

Riprova a chiamarlo. Questa volta non squilla nemmeno. Servizio di segreteria telef—

Manuel getta lontano il telefono e finisce la sua dannatissima sigaretta. 

***

Martedì mattina Manuel non trova la forza di andare a scuola. Che senso avrebbe? Il banco di Simone sarebbe ancora vuoto. 

Si domanda da quanto tempo è così dipendente da Simone. Quand'è iniziata questa cosa per cui dove va lui, va anche Manuel? 

E adesso? Che Simone è dall'altra parte del continente e Manuel non può seguirlo? 

Ancora nel letto, osserva la foto di loro due e Aureliano appesa al muro. Osserva gli occhi di Simone. 

Mi manca.

“Cristo,” borbotta. “Non lo vedo da solo due giorni.”

Non è certo la prima volta che stanno separati per qualche giorno. Ma non era mai successo prima d’ora che ci fossero così tante cose in sospeso. 

È la prima volta che Manuel ha ferito così Simone. È sicuramente la prima volta che Manuel fa disperare qualcuno così tanto da farlo scappare in un altro paese. 

Ho distrutto la cosa più delicata che abbia mai conosciuto? 

Osserva il sorriso immobile di Simone e qualcosa all’altezza del suo stomaco si muove.

Ah .

Si domanda se lo faccia spesso. Guardare le sue labbra. Una parte nascosta di lui sa che potrebbe disegnarne la forma ad occhi chiusi.

Ah…?

Pensa a tutte le volte che le sue mani hanno toccato Simone, perché Manuel non è un genio con le parole e allora comunica così. E Manuel non è nemmeno un santo, quindi potrebbe aver sbagliato qualcosa nell’amare Simone.

Pensa a tutte le volte che Simone ha toccato lui. Sono di meno e sono sempre state più leggere. Si ricorda del modo in cui aveva sfiorato il suo viso, dopo essersi fatto pestare da Sbarra, quando Simone aveva preso il suo dolore nelle mani gelide e l'aveva accompagnato con gentilezza a casa. 

Oh.

È di nuovo in quel circolo vizioso di pensieri in cui ogni cosa gli ricorda Simone. È perché gli vuole bene, giusto? Perché è suo amico, vero? Gli amici pensano alle labbra dei loro amici? Sì, vero? E alle loro spalle? Al modo in cui i loro capelli si arricciano? A quell’angolino sotto la mandibola dove si può vedere il battito del cuore? 

Ma Manuel non ha mai pensato a Simone in quel modo. Lo saprebbe se l'avesse fatto. Vero?

Non può essere attratto da Simone in quel modo. A lui le donne piacciono. Chicca gli piaceva. Alice gli piace. 

Al pensiero di Alice e della sua famiglia gli sale la nausea. Ma non può negare che stare con lei gli piaccia. È attratto da lei, su questo non ha dubbi. 

Eppure… eppure, eppure Simone.

Eppure Simone è di nuovo nei suoi pensieri. E non è solo Simone, che è il suo primo vero amico, è Simone, da cui non si allontanerebbe mai, se potesse. È Simone, di cui conosce il profumo, di cui conosce la forma delle mani, di cui conosce ogni espressione, di cui riconoscerebbe il tocco al buio, per cui correrebbe in cima al mondo, e rischierebbe la vita altre centinaia di volte. 

È Simone, e non sa vorrebbe strangolarlo alla prossima occasione buona o stringerlo fino a togliergli il respiro, fino a non fargli più nemmeno pensare di lasciare Roma. Anche quando Manuel perde la testa, fa lo stronzo e gli spezza il cuore. 

“Ah,” mormora. Forse Simone non è solo un amico. 

***

Simone rientra a Roma sabato mattina. Arriva a casa poco prima di pranzo con il suo motorino e non riesce a sfuggire dall’abbraccio d’acciaio della nonna. 

“Non fare più una cosa del genere, Simone.”

“No, nonna. Mi dispiace.”

Quando si libera dall’abbraccio, suo padre gli stringe una spalla. “Sono contento che sei tornato.”

Simone non dice nulla, ma accenna a un sorriso. È sufficiente.

Sale in camera e si chiude dentro. Ha lasciato un casino prima di andarsene ed è tutto esattamente come era la settimana prima. Inizia a sistemare pigramente, consapevole che si annoierà a breve. 

Come previsto, si lascia cadere sul suo letto dopo qualche minuto. Prende in mano il telefono e scrive un messaggio a Laura per avvisarla che è tornato in Italia. 

Poi osserva le icone di tutte le chiamate perse di Manuel, quasi una settimana prima. Non sa dove abbia trovato la forza di ignorarlo per così tanto tempo, quando vorrebbe solo che tutto tornasse come prima, per sentire la sua voce dire le sue solite cazzate e lasciare che gli tolga il peso che suo padre gli ha messo sulle spalle da quando è tornato a vivere con lui. 

Spegne il telefono e fissa il soffitto. Non sa cosa fare. Non sa cosa farà lunedì a scuola. Ma è un problema per un altro giorno  e quindi ora chiude gli occhi.

Non sa quanto tempo sia passato quando il suo telefono inizia a vibrare ripetutamente. Lo prende, pensando di dover spegnere una chiamata e invece le notifiche vengono tutte da Manuel, che lo sta inondando di messaggi.

simo

simone

rispondi

simone

sono qua fuori

sono alla villa

esci di lì

simo

non farti pregare

simone

per favore

Simone spegne le notifiche. Come cazzo fa a sapere che è a casa? 

Qualcuno bussa alla sua porta e infila la testa nella stanza. Ah, ecco come fa.

“Manuel è qui fuori,” gli dice suo padre. “Dice che vuole parlare con te.”

“Digli di andare via. E di smetterla di scrivermi messaggi.”

Dante sospira. “Vuole solo parlare. È una settimana che ti aspetta.”

“E allora può aspettare ancora un po’, che dici?”

“Simone…”

“Va’ via.”

Annuisce e chiude la porta dietro di sé. Simone sente delle voci dal piano di sotto ma sono troppo basse per capire cosa dicono. Poi silenzio. Grazie al cielo .

Poi sente qualcosa picchiare contro il davanzale del balcone della sua stanza. Guarda verso la porta finestra e vede tre piccoli ciottoli atterrare sulle mattonelle del terrazzo. 

Non deve affacciarsi per sapere che c’è Manuel in giardino. Ma si affaccia lo stesso.

“Quando mi hai detto di lasciarti in pace pensavo che la cosa valesse anche per te, deficiente. È difficile ‘lasciarti in pace’,” urla, mimando le virgolette con le dita, “se tu mi segui fino a casa.” 

Manuel sta guardando verso l’alto, verso di lui, il pugno pieno di sassolini. 

Dio , si era dimenticato di quanto fosse bello. 

No, non è vero. Non se n’è veramente dimenticato. È che gli fa sempre un certo effetto.

“Simone, non fare lo stronzo, dobbiamo parlare.”

“Parla con la finestra,” replica prima di chiuderla dietro di sé.

Simone prende in mano il telefono ed è di nuovo inondato da messaggi di Manuel. La maggior parte sono lettere e numeri a caso, alternati da per favore , (Manuel non dice mai “per favore”) e simone e rispondi e cazzo e non ti sopporto . Ma è l’ultimo messaggio che lo sorprende. 

okay simone hai vinto tu. sono esattamente dove mi hai lasciato. quando vuoi.

Simone vorrebbe fiondarsi giù dalle scale, andare da Manuel e scusarsi per aver mandato tutto in malora, scusarsi perché vorrebbe solo che tornasse tutto come prima. Non lo fa. 

Ma non può evitare di scrivere una risposta. Sono tuo amico e ti voglio bene e se hai bisogno di me ci sono. Però per favore lasciami da solo. Chiamami solo se è urgente.

La risposta non tarda ad arrivare. lo sai anche tu che dobbiamo parlare. ma come ho detto, lo faremo quando vuoi tu.

***

È il fine settimana più lungo della vita di Simone. Rimane chiuso tutto il tempo nella sua stanza e non riesce a formulare un pensiero coerente. 

Vuole disperatamente andare da Manuel. Non vuole assolutamente vederlo. 

Non ci voglio parlare con lui , pensa un momento; ha ragione, dobbiamo parlare , quello successivo. 

Mi deve delle scuse , pensa. E poi, sono io che dovrei scusarmi con lui, ho fatto un’idiozia

Si ritrova a leggere e rileggere l’ultimo messaggio di Manuel. Si sente sull’orlo della follia. Forse è questo che lo spinge a scrivere una risposta. 

Devo chiudere questa storia, così non lo dovrò più vedere , pensa. 

Non lo voglio perdere mai più.

***

È domenica sera e Manuel è appena uscito dalla doccia quando riceve un messaggio da Simone. 

Sei a casa? 

La sorpresa gli spinge l’aria fuori dai polmoni.

sono al box

Manuel si infila una felpa e dei pantaloni ed esce dall’appartamento cercando di non fare troppo rumore per non svegliare la mamma. Come la settimana prima, si ritrova a camminare avanti e indietro senza sosta nel piccolo spazio del garage. 

Non sa quanto tempo sia passato quando sente la maniglia arrugginita della porta abbassarsi. 

Simone entra in silenzio, con la sua giacca sulle spalle. Il che ricorda a Manuel che la sua stupida maglia a righe è ancora nella sua stanza. Non se n’è esattamente dimenticato, considerando che l’ha fissata per sei giorni di fila. Non si è mai avvicinato troppo, per paura di distruggere l’ultimo legame con Simone, ma non aveva potuto fare a meno di sentire che profumava ancora come lui. Non era riuscito a disfarsene. 

“Simo’,” mormora. 

“Non so nemmeno io cosa ci faccio qui. Hai detto che dobbiamo parlare,” replica Simone. “Quindi parla e vedi di farla breve.”

Manuel si passa una mano nei capelli e si mordicchia le labbra. Gli occhi di Simone stanno seguendo ogni suo movimento con precisione chirurgica. 

“Simo’, mi dispiace per quello che ho detto. Lo sai che non è quello che—”

“È solo questo quello che hai da dirmi? Perché mi sei sembrato molto convinto in quel momento” lo interrompe. “Mi hai guardato dritto negli occhi e l’hai detto.”

Annuisce. “Lo so. L’ho—l’ho fatto consapevolmente.”

Simone alza le braccia al cielo e fa ruotare gli occhi. “Perfetto, grandioso. Hai parlato, ora posso anche anda—”

Manuel si fionda verso di lui e lo afferra per il gomito. “Simone, cazzo, fammi finire. Ero incazzato. E so che non è una giustificazione, perché sono stato una merda e tu non te lo meritavi. Ma ero anche terrorizzato all’idea che la nostra amicizia potesse rovinarsi.”

Le spalle di Simone sono mosse da una risata silenziosa. “Ah, fammi capire meglio. Avevi paura di rovinare la nostra amicizia e allora hai deciso di peggiorare la situazione?”

“Non ho mica detto di aver fatto una cosa intelligente, Simone.”

“Dio, smettila di dire il mio nome,” mormora. 

“No. Sei venuto fino a qui e ora mi stai a sentire.” Manuel lo afferra per le spalle e lo trascina verso di sé, obbligandolo a guardarlo negli occhi. “Simone, sei la cosa migliore che mi sia mai capitata. E detesto il pensiero di averti fatto soffrire, era l’ultima cosa che volevo fare. Ma al museo, quando—”

“Quando ho fatto la cazzata della mia vita? Pensavo di averti già chiesto scusa.”

“Non—non devi scusarti per quello. Cioè, in realtà sì. Mi hai spaventato. Non volevo perdere il primo vero amico che abbia mai avuto ma, Simo’, mi sa che non devo perderti per forza. Rimani sempre la migliore persona della mia vita.”

“Manuel, cosa cazzo stai dicendo…”

Lascia scivolare le sue mani intorno al viso di Simone e appoggia la fronte alla sua. Le loro labbra sono spaventosamente vicine ma non si toccano. Si costringe ad allontanarsi quanto basta per guardarlo negli occhi. “Simo’ io ti giuro che sei il mio migliore amico.”

Manuel si aggrappa alle spalle di Simone e lo trascina alla sua altezza. Erano già vicini, ma non abbastanza, almeno non finché Manuel non appoggia le labbra alle sue. 

Simone è immobile per un istante. Sente le sue spalle tremare. Poi sospira, Manuel può sentire il suo respiro, e lo bacia. 

Per davvero, questa volta. Non è un soffio che sembra quasi un errore, è un bacio vero e le mani di Simone lo stanno stringendo e non fanno male ma lo stanno tenendo a terra. Grazie a dio , perché Manuel ha la sensazione di essere sul punto di esplodere. 

Lascia scorrere le mani sulle spalle di Simone, e dio le spalle di Simone , fino a raggiungere i suoi capelli. E dio come sono morbidi , pensa, ma è subito distratto da Simone che gli sfiora la schiena con le mani ghiacciate. Si alza sulle punte per aggrapparsi quanto più possibile a lui e Simone, dio lo benedica , lo asseconda e lo solleva per le gambe e lo fa sedere contro il banco da lavoro, dopo aver gettato a terra tutto quello che vi era appoggiato.

“La chiave inglese,” borbotta Manuel, tra un bacio e l’altro, pensando a quel povero pezzo di metallo, mentre le sue ginocchia gli stringono i fianchi. 

Simone si ferma e lo guarda, senza fiato, gli occhi spalancati e Manuel si sente per un istante come si è sentito la prima volta che si è avvicinato così, quando l’ha tatuato. “Ci tenevi particolarmente?”

Scuote la testa.

“Mh, okay, bene,” replica Simone, annuendo.

E ora lo sta baciando di nuovo, questa volta nell’incavo proprio sotto la sua mandibola, dove Manuel sa che può sentire il battito furioso del suo cuore, ora sul collo, senza mai lasciarlo andare, ora sulla clavicola. Non sapeva quanto fosse sensibile la sua pelle lì. 

Le sue mani non sono più gelide ma Manuel le sente comunque scivolare sotto la felpa, come un brivido, e affondare nei muscoli della sua schiena, come se Simone avesse paura che potesse scappare. 

Non c’è proprio il rischio, Simo’ , pensa, afferrando il suo viso per baciarlo di nuovo. 

Simone esita per un istante, le loro labbra a distanza di un soffio. “Manuel, cosa stiamo—”

Manuel lo zittisce con un bacio. “Secondo te?”

“Non lo so, non lo so proprio,” sussurra, gli occhi serrati. “Un’altra cazzata, immagino.”

“Non penso,” risponde. Gli prende il viso tra le mani e i suoi pollici gli accarezzano le guance, finché non riapre gli occhi. “Sei venuto in motorino?”

Simone aggrotta le sopracciglia ma annuisce. 

“Andiamo via da qui.” 

Le mani di Simone scivolano via dalla sua pelle per andare a frugare nelle tasche della giacca. Ah, cazzo. Questo non l’avevo mica considerato. Rimettile qui, per favore.

“È qui fuori,” gli dice, allontanandosi da lui, e lasciandogli in mano le chiavi. 

Manuel lo segue fuori dal box, chiudendo le porte dietro di sé. “Simo’, cazzo me ne faccio delle tue chiavi? Pigliale tu.”

Le lancia verso l’altro ragazzo, che nemmeno reagisce e osserva il portachiavi a terra. “Pensavo non ti piacesse quando guido io.”

Manuel alza le spalle. 

La verità è che vuole semplicemente appoggiarsi a Simone, come ha fatto infinite volte prima di quel momento.

Simone raccoglie le chiavi e partono, senza una destinazione precisa. Mentre Manuel si sta mettendo comodo contro la sua schiena, Simone si dirige verso il centro della città.

Non parlano finché Simone non spegne il motore nei paraggi del Colosseo. Le strade sono ancora piene di persone che gridano, si abbracciano e bevono. 

Scendono dalla moto ma non si spostano, rimangono appoggiati ai sedili a guardare il viavai di gente. 

Manuel dà una spallata a Simone. “Che c’è? Ti è mancato? Non ce l’hanno il Colosseo a Glasgow?”

“Ne hanno due,” replica senza battere ciglio. “Ma sono dell’idea che a Roma sia un po’ più speciale.”

Manuel annuisce. “Chiaramente.”

“Dove pensavi che sarei andato? Quando siamo partiti.”

“E che ne so io. Volevo solo stare sul motorino con te.”

Simone si gira, un’espressione indecifrabile negli occhi. Manuel lo osserva a sua volta. “Fanculo, torniamo a casa. Faccio la strada più lunga.”

Manuel non se lo fa ripetere e lascia che le sua braccia ritrovino il loro posto familiare attorno alla vita di Simone. Non sa nemmeno cosa intende Simone per casa. E che cazzo me ne frega a me di dove andiamo?

Viaggiano nella notte fredda dove i loro corpi sono l'unica fonte di calore che hanno. 

Simone rallenta e si ferma non lontano dalla villa. Si volta verso Manuel. “Ti va,” si schiarisce la gola. “Ti va di rimanere stanotte?” 

Annuisce e Simone riparte, senza aggiungere altro. 

Quando arrivano si tolgono le scarpe e camminano in punta di piedi fino alla stanza di Simone. 

Chiude la porta dietro di sé. “Vuoi che ti tiri fuori il materasso per dorm—”

Manuel ride. “Quanto sei idiota.” 

Simone aggrotta le sopracciglia. “Ma idiota sarai te.”

Le braccia di Manuel si stringono automaticamente intorno al busto di Simone, come se non avesse fatto altro per tutta la sua vita. “Può darsi, ma per questa volta te tocca di farmi spazio nel tuo letto.”

Finalmente Simone si abbassa e lo bacia. Finalmente Manuel può trascinarlo verso il letto e lasciare che il suo peso lo ancori al materasso che affonda sotto di loro. Finalmente può sentire di nuovo la sua pelle contro la propria e non riesce a credere che le mani di Simone qualche ora prima fossero ghiacciate perché adesso Manuel ha la sensazione che abbia dei fiammiferi accesi al posto dei polpastrelli. 

Lo fa rotolare sotto di sé, prendendosi il suo tempo e spazio per sfilarsi la felpa e appena l’aria della stanza colpisce la sua schiena nuda, Simone l'ha già tirato giù, contro di lui e li ha fatti scambiare di posto.

Ah, sì. Il rugbista. Le mischie.

Simone sta stringendo i fianchi di Manuel con le ginocchia e si è appena tolto camicia e maglione quando sentono dei rumori provenire dall'altra parte del corridoio che li fanno immobilizzare entrambi. Dei passi. Dei colpi alla porta.

“Simone, tutto bene?” domanda Dante da fuori.

“Ma vaffanculo,” mormora. “Tutto bene, vattene,” risponde ad alta voce.

Dante non risponde ma entrambi lo sentono allontanarsi.

Simone affonda la faccia nell’incavo delle spalle di Manuel. Riesce a sentirlo respirare contro la sua pelle quando continua a imprecare contro il padre. “Non posso crederci.”

Manuel lo tira a sé e lo fa sdraiare contro di lui. Rimane in silenzio mentre le sue mani scorrono sulla sua schiena nuda e le loro gambe si intrecciano. 

“Non mi piace così,” borbotta Simone dopo qualche minuto, spostandosi.

Manuel sente i suoi occhi spalancarsi. “Che stai a di’?”

“Alzati.”

Il cuore di Manuel affonda nel suo petto e per un istante pensa che gli chiederà di andarsene.

Simone invece, solleva le coperte e si butta di nuovo nel letto. Sdraiato sulla schiena allunga le braccia.

Manuel lascia andare un sospiro di sollievo e non può impedire alle sue labbra di piegarsi in un sorriso. Si sistema nel letto, incastrando la testa contro il suo collo mentre Simone li copre entrambi con il piumone. 

“Sei comodo, Simo’.”

“Eh, buono a sapersi.”

Rimangono zitti per un po’. “Mi dispiace per quello che ti ho detto.”

“Dispiace anche a me.”

Manuel ride. “Ti dispiace che io abbia detto quelle cose?”

“Sì, ma non era quello che intendevo, testa di cazzo. Anche io ho fatto delle stronzate.”

Stringe le spalle. “Non importa. Non più.”

Le mani di Simone si incastrano nei riccioli di Manuel. “E adesso?” 

“E adesso cosa?”

“Che famo?”

“E che ne so io. Vedila come una pagina bianca. Possiamo riempire gli spazi vuoti mentre andiamo avanti.” Farà di tutto per rimanere aggrappato a questa cosa. Sa che non potrebbe più vivere a Roma, se tutto andasse in fumo, non quando ogni strada urla il nome di Simone.

Simone annuisce. 

Silenzio. Solo i loro respiri che si stanno coordinando. 

“E quindi non ti piacciono i maschi.” 

“Vaffanculo, Simo’,” cerca di allontanarsi, fingendosi offeso, ma non riesce perché lui lo sta ancora stringendo a sé. “Che cazzo ne sapevo io, non ci avevo mai pensato.”

“E ora ci hai pensato?” Può sentire l’accenno di una risata nella voce di Simone.

“Fin troppo. È stata una settimana intensa.”

“Me ne vado per cinque giorni e tu vai in crisi.”

“Se la crisi è stata colpa tua, certo che vado in crisi quando te ne vai, coglione.” Manuel fa una pausa. “Tu come hai fatto a saperlo?”

Simone sospira. “Non lo so. Suppongo che in fondo l’abbia sempre saputo. Ma quando ho realizzato di non provare nulla per Laura, di non aver mai provato nulla per nessuna ragazza, è diventato ovvio. E poi…” Simone esita. “Non importa. Illuminami sul tuo, di ragionamento, piuttosto.”

“Che vuoi che ti dica, Simo’. Ho fatto una stronzata, tu sei sparito, è stato orribile, sono stato malissimo. E mi è venuto il dubbio che non forse non eri solo un amico per me. E poi mi sono chiesto cosa significasse e poi ho pensato al museo e non lo so. Non avevo mai capito che quello che provo per i ragazzi fosse attrazione.”

Simone si gira verso di lui. “E cosa cazzo pensavi che fosse, scusa?”

“Ma che ne so io. Simpatia? Non pensavo fosse possibile provare attrazione per qualcuno che non fosse una ragazza. Non per me. E guarda un po’ dove sono finito.” Simone ride. “Settimana scorsa ti ho detto con tutta la convinzione di cui ero capace che non mi piacciono i maschi e ora ho scoperto di essere bisessuale. È stato intenso.” Fa una pausa. “È la prima volta che lo dico ad alta voce. È bello.”

Simone gli accarezza la schiena. “Sono contento di essere la prima persona a cui lo dici,” mormora, un sorriso nella voce, che però sembra anche un po’ stanca. 

“Oh, non ti starai mica addormentando con ‘sto pezzo de fregno nel letto?” 

Simone scuote la testa. “No, no, non posso andare a dormire con i jeans.” 

Gli occhi di Manuel lo squadrano dall’alto al basso. Esitano sulle sue labbra. “Ah, è quello, che ti tiene sveglio. Buono a sapersi,” replica sedendosi. 

“Coglione,” borbotta di risposta. Entrambi gettano i loro pantaloni a terra e tornano sotto le coperte, nella stessa posizione di prima.

“Simo’,” mormora Manuel.

“Che vuoi?”

“Perché hai ancora i calzini?” 

“Perché ci dormo, con i calzini.”

“Simone, cosa cazzo stai dicendo,” urla.

Le mani di Simone si affrettano a tappargli la bocca. “Fa’ silenzio, che stanno dormendo tutti! Cristo!”

Manuel gli morde le dita finché non allontana la mano. “E tu levati i calzini!”

“No! Lasciami in pace.”

“Io me ne vado a casa e non mi vedi mai più, altro che lasciarti in pace. Vado da tua mamma a Glasgow e non torno più indietro.” 

“Vaffanculo, Manuel.”

Manuel ride. “Non posso credere di essere ancora qui dopo aver scoperto ‘sta cosa.” 

Simone incastra le gambe tra le sue e Manuel non è più in grado di riconoscere quali sono le sue e quali quelle di Simone. “Ci dovevi pensare prima di entrare nel mio letto.”

“Ah, stronzo, mi ci hai portato tu. O no?”

Continuano il loro solito botta e risposta, per quella che a Manuel sembra un’eternità. Parlano di tutto e di niente. Semplicemente vivono per un po’ di tempo l’uno nello spazio dell’altro.

Quando si accorge che gli occhi di Simone stanno iniziando a chiudersi, gli accarezza una guancia e si allunga per baciarlo. 

Si è appena risistemato nell’incavo del collo di Simone, quando lo sente mormorare. 

“Manuel…?”

“Mh?”

Non ci vuole molto a capire che Simone si è addormentato prima di riuscire a rispondergli. Manuel chiude gli occhi, un piccolo sorriso sulle labbra.

***

Lunedì mattina Simone si sveglia prima di Manuel, che è ancora avvinghiato a lui, forse anche di più della sera precedente. 

Quindi non è stato un sogno

Simone è davvero nel suo letto e sta guardando Manuel dormire e questa volta sa cosa si prova a sentire il suo respiro sulla pelle, sa cosa si prova a passare le mani nei suoi capelli. Sa un sacco di cose nuove.

Perde lo sguardo nella massa dei riccioli di Manuel, mentre con una mano gli accarezza le spalle. 

Si sente come si è sentito sul divano a Glasgow: non esiste altro che il presente, non esiste altro che il materasso morbido sotto di lui. L’unica differenza è che il futuro non sembra più così spaventoso, e il passato non sembra più così angosciante. 

Sente le gambe di Manuel muoversi contro le sue e si accorge che si sta svegliando.

“Ho fame,” mormora contro la sua pelle, la voce impastata dal sonno.

Simone ride e lo stringe un po’ più forte. Poi calcia le coperte lontano da loro.

“Ma sei scemo ? Sei deficiente , Simone, cazzo, fa freddo .”

“Hai detto di aver fame, così ti alzi.”

“Ma ti sembra il modo? Col cazzo che dormo ancora qui,” risponde, mentre ride e cerca di fondersi con il corpo di Simone.

“Ah, pensavi di tornare. Chi ti ha invitato?”

“Dio, ma sei sempre così la mattina?”

Continuano a battibeccare fino a quando scendono a fare colazione insieme. Nemmeno seduti al tavolo smettono. La nonna li saluta e gli offre il caffè, ma non aggiunge altro. 

Poi arriva Dante. E ovviamente suo padre non è in grado di farsi i cazzi suoi. 

“Deduco che abbiate parlato,” esordisce, sedendosi al tavolo, con quel suo fare da professore che Simone detesta. 

Manuel ride. “Non abbiamo solo parlato, profess—” Simone gli tira un calcio sotto al tavolo. “Oh, che vuoi? Abbiamo parlato, stavo dicendo, e abbiamo pure risolto.” Esita, voltandosi verso di lui. “Abbiamo risolto, vero?”

Simone sbuffa ed è consapevole che le sue labbra stanno facendo quella strana smorfia che rendono evidente che sta cercando di non sorridere. “Penso proprio di sì.” 

Notes:

e sì, di nuovo, i riferimenti a taylor swift sono assolutamente voluti<3 (sono 13 per la cronaca, ma alcuni sono talmente sottili che penso di averli dimenticati pure io)