Actions

Work Header

Floralia

Summary:

Floralia è una serie di racconti ambientati in un'Italia medievale dal sapore fantastico che ha come protagonisti un cavaliere, una scribacchina e... Il Messia. Il party di avventurieri più blasfemo e malassortito di sempre.

Chapter 1: L'unicocorno

Summary:

In cui scopriamo che gli unicorni hanno un corno.

Chapter Text

«E questa» chiosò il Cavaliere, «È la vera storia di come ho salvato la principessa di Briccafosso dalle grinfie di quel pervertito del conte Molfino, senza una parola d'invenzione. Dio mi fulmini se non è andata esattamente così».

Attesero tutti quanti che Dio si esprimesse in merito, e dal momento che il cielo non accennava a rannuvolarsi riabbassarono lo sguardo sulle fiamme del bivacco. Silenzio assenso.

«Noi però ti avevamo chiesto un'altra cosa» intervenne il cuoco. «Ovvero, come sei finito al servizio della regina Prunella».

«Mio amico sempliciotto» esordì il Cavaliere, e il cuoco storse il naso non reputandosi un sempliciotto, né tantomeno suo amico. «È evidente che le mie gesta siano giunte alle orecchie della regina, la quale mi ha fatto convocare per affidarmi una importantissima faccenda della quale, al momento, non posso dirvi alcunché». Lo specificò con un certo gusto, omettendo che lui stesso ignorasse la natura di quel compito. «E per provare il mio valore la regina mi affidò un'ulteriore incombenza: cacciare il famigerato...»

«Sappiamo perché siamo qui» intervenne la scribacchina. «Tagliamo corto».

Il cavaliere si schiarì la voce dietro la celata: «Il famigerato unicorno, e prelevare dalla sua candida fronte... Stai prendendo appunti?»

La scribacchina prese un rametto da terra e lo impugnò come fosse un pennino. «Va' avanti».

«Prelevare il corno, ingrediente alchemico dall'inestimabile valore, conosciuto da secoli per le sue proprietà: analgesiche, rilassanti, corroboranti, nonché ingrediente base dell'elisir di lunga vita».

«Non dimenticare le sue doti afrodisiache» lo schernì il maniscalco. «Corre voce che la regina lo voglia perché il marito non soddisfa più i suoi appetiti...»

«...E che il nostro cavaliere, qui, sia stato assunto al medesimo scopo!» chiosò il cuoco.

I due si diedero di gomito, e anche la scribacchina sobbalzò per le risate. «Questa devo appuntarmela» esclamò, e dalla sacca prelevò un plico di fogli sparsi e una vera penna d'oca.

Il cavaliere era l'unico a non ridere: l’elmo puntuto e la fessura buia che gli fendeva il viso in orizzontale gli donavano una certa impassibilità.

«La regina» proruppe, «Ha pensato a me perché conosceva le mie imprese presso i Mari del Nord. Sapeva che avevo già cacciato uno di quegli unicorni di mare, e intendeva domandarmi alcune informazioni su di essi».

«Lo hai fatto davvero?» domandò il maniscalco. «Hai preso uno di quegli affari?»

«Assolutamente no. Ma sono uno dei pochi esseri al mondo a poter dire di averli visti, e la regina voleva sentire dalle mie labbra cosa ne pensassi».

«E cosa ne pensi?»

Il cavaliere si animò: «Oh, beh, sono come cavalli con un corno sulla testa. Ma non hanno zampe, solo pinne; e sono più piccoli, e grassi. Fanno un verso del tutto differente, e nuotano».

«Non paiono affatto cavalli» osservò il cuoco, e si volse verso il maniscalco, che in fatto di faccende equine era senz'altro il più preparato del gruppo.

«No, non lo sembrano affatto» acconsentì quello.

«E cionondimeno devono essere strettamente imparentati con gli unicorni, perché possiedono la stessa bizzarra protuberanza sulla testa; e quindi con i cavalli».

«Con quante “co”?» s’infiltrò la scribacchina.

«Scusami?»

«Hai detto che si chiama unicorno?»

«Unicorno».

«Unicorno… Perché ha un corno?»

«Uno soltanto, sì».

«E allora perché non “uncorno”?»

«Perché ne ha… Uno».

«Unocorno, piuttosto».

«Già» si unì il cuoco. «Unocorno sembra più appropriato».

«Anche unicocorno non è male» convenne il maniscalco. «Certo, forse più ostico per i balbuzienti».

«Toglimi una curiosità, cavaliere». La scribacchina si portò la penna al mento, pensierosa, segnando la fossetta nel centro con un punto d'inchiostro. «Quando incontrasti quegli unicicorni di mare, eri in armatura?»

«Ovvio che sì».

«Te lo togli mai quel catafalco?»

«Solo per lavarmi».

«Ma come...» La ragazza si interruppe: c'erano davvero troppe domande a cui avrebbe voluto rispondere. Tipo: come faceva ad andare in bagno? Oppure: com’era guardare il mondo attraverso una fessura? Ma l’unica domanda che le venne da fare fu: «Perché?»

«Questi non sono affari che ti riguardano, ragazzina».

In quel momento una forte luce color rosso vivo baluginò sulla corazza del cavaliere, mentre una fiammata sbriciolava i corpi del cuoco e del maniscalco. Solo quattro gambe, tese in avanti dal tronco su cui erano seduti, restavano a magra traccia della loro persona, come tizzoni neri che ancora corruscavano di qualche bagliore.

La scribacchina si paralizzò, incerta se gridare o svenire: optò per la prima opzione, ma mentre si inarcava all’indietro per prendere fiato il cavaliere le ficcò una mano davanti alla bocca. Era foderata di pelle marrone, e quando se la trovò in bocca le sembrò di addentare un animale.

«Non fare un movimento» le bisbigliò il cavaliere. «Lo faresti scappare».

Se fosse stata in sé, la scribacchina avrebbe detto che non c’era nulla che desiderasse di più: che quel dannato mostro se ne andasse, per Dio. Le fronde stormivano, un misterioso sbuffo di vapore esalava dalla foresta. Da oltre le chiome degli alberi si innalzò un enorme, spaventoso, squamoso…

«Unicorno!» esclamò il cavaliere.

La scribacchina sputacchiò le sue dita fuori dalla bocca. 

«Unicocorno, vorrai dire».

«La regina sarà soddisfatta, la missione è compiuta. Ora non mi resta che staccare il corno che porta sulla fronte». 

La scribacchina sollevò lo sguardo sulla testa del mastodontico lucertolone. «A vederlo così» bisbigliò, tentando di non fare movimenti bruschi, «A me sembra un drago».

«Ma quale drago: non lo vedi? Ha un corno sulla fronte».

«Certo: è un drago con un corno sulla fronte. Corno che, a giudicare da quel nastrino, qualcuno deve aver messo lì a bella posta».

Il cavaliere strizzò gli occhi dietro la celata. «Dev’esserci un errore: la regina ha parlato di unicorno. E comunque non è nostro compito questionare».

«Non c’è tempo di questionare» farfugliò la scribacchina. «C’è tempo solo per darsela a gambe».

Si alzò lentamente dal tronco su cui sedeva, ma proprio in quel momento le narici del drago/unicorno spararono fuori un fiotto di vapore caldo, che salì al cielo con un sibilo sinistro. Le terga della scribacchina tornarono immediatamente a posarsi sul tronco.

«Come faremo senza cuoco?» rifletté il cavaliere.

«E’ davvero questo il tuo primo pensiero?»

Il cavaliere si portò l’indice catafratto in prossimità del mento: «Un vero problema. E i cavalli… Chi si occuperà dei cavalli, se non il maniscalco?»

In quel momento l’unicorno fece un passo fuori dalla foresta, mostrandosi in tutta la sua rettiliana possenza: piegò il collo in avanti e decapitò di netto i loro due cavalli con altrettanti morsi, zac - zac, uno dopo l’altro. Quindi emise un verso disperato, come un raglio gorgogliante, alla luna e alle stelle: fili di bava gelatinosa gli ballavano tra le zanne. Nel gettare la testa all’indietro il corno volò a terra e andò a conficcarsi nel prato: l’unicorno lo fissò a lungo, sollevato, dopodiché si voltò sugli zamponi artigliuti e si dileguò nel bosco.

«Un’altra missione compiuta» esclamò il cavaliere, e mentre i passi dell’unicorno si allontanavano, facendo tremare il terreno e sconquassando la superficie fronduta degli alberi, si alzò in piedi e recuperò il corno. Era lungo un metro circa, tale e quale a quelli che aveva visto sulla fronte di quelle misteriose foche dei climi freddi.

«Cosa. Cazzo. E’ successo». La scribacchina tremava come una foglia, ma si costrinse a prendere carta e penna per trasporre immediatamente in versi le sue sensazioni. Quel cieco terrore non poteva andare sprecato.

«La regina Prunella mi ricompenserà con un feudo dalle parti di Collevento, o ancor meglio, di Colledoro! Oh, sì, la mia vita è a una svolta!» Il cavaliere si legò il corno sul fianco sinistro, facendolo aderire al fodero della spada, e cominciò a camminare con i suoi rigidi, chiassosi passi in armatura in direzione del castello.