Work Text:
L’insegna antistante alla porta d’ingresso consiste in una grande V nera che sembra sfiorare, con le sue linee sinuose e serpeggianti, una Z dello stesso colore. Entrambe le lettere si toccano solo in un punto e risaltano sullo sfondo, un pannello rosso scuro appeso alla parete.
Vittorio Zacotti è una sartoria di lusso e Will Graham si ferma, serio e impassibile, dopo aver superato la soglia d’ingresso. Le sue modeste scarpe esitano sul parquet di noce mentre i suoi occhi percorrono la raffinata carta da parati, i banconi a vetrina che costeggiano il lungo corridoio, gli scaffali che esibiscono scarpe eleganti e accessori esclusivamente maschili. L’ambiente emana un vago sentore chimico, tipico della pelle conciata. Nei guardaroba alle pareti ci sono giacche, camicie e soprabiti di ogni genere, tutti sapientemente illuminati ad hoc da faretti a incasso posti sul soffitto.
Will si sente estremamente fuori luogo. Inizia a fare dietro front ma il braccio di Hannibal lo ferma sui suoi passi.
«Direzione sbagliata, temo» dice il dottore.
«Cosa ti fa pensare che possa trovare qualcosa in un posto del genere?» replica Will a bassa voce. Il suo disagio traspare in ogni sua movenza, dal modo accigliato con cui guarda la porta d’ingresso, alla forza che utilizza per contrarre ripetutamente la mano destra.
«Non preoccuparti» risponde Hannibal, posandogli un palmo sulla schiena. «Sono certo che troveremo quello che stiamo cercando».
«Che tu stai cercando» rettifica Will. «Ti ho già detto che non è necessario…»
«Ancora una volta, Will, permettimi di ampliare le tue vedute» dice Hannibal. «Inoltre i tuoi abiti necessitano di qualche… aggiornamento».
Will sospira. In effetti il suo armadio non ha molto di cui vantarsi, e al di là di una costosa giacca di velluto comprata per un’occasione di cui non ricorda nemmeno la natura, al suo interno c’è ben poco che possa ritenersi idoneo per l’evento in programma quel fine settimana.
Qualche giorno prima Hannibal aveva fatto scivolare sul tavolo del ristorante due biglietti per la Turandot, l’opera lirica che un direttore artistico di fama internazionale avrebbe replicato, in via del tutto eccezionale, nel teatro della loro città. Erano stati inutili i rifiuti iniziali di Will, che senza accorgersene si era ritrovato ad acconsentirgli e a seguirlo in uno dei suoi negozi preferiti.
La mano di Hannibal si sposta ora sul gomito di Will, con l’intenzione di distrarlo dalla porta del negozio. Nel voltarsi, entrambi notano un individuo sulla trentina, dall’aspetto longilineo ed elegante, che avanza verso di loro. L’uomo riconosce immediatamente Hannibal e lo accoglie in maniera pressoché ossequiosa. C’è uno scambio formale di sorrisi, al termine dei quali Hannibal presenta Will, rimasto fermo al suo fianco.
«Piacere» si ritrova a dire il profiler, senza guardare l’estraneo negli occhi.
«In cosa posso esservi utile, signori?» domanda l’uomo, unendo le mani sul grembo.
Mentre Hannibal replica, Pièr - l’addetto alle vendite di origine belga - fa loro strada verso una zona più nascosta del negozio. Will li segue e nel percorrere il corridoio tra i banconi cerca di non fissarsi troppo sul prezzo a quattro cifre che nota sull’abito del manichino posto al centro del tappeto.
Una ventina di minuti dopo, Will Graham guarda sé stesso al grande specchio fuori dal camerino. Indossa un completo formale in plaid verde e marrone, con camicia bianca e papillon abbinato. L’espressione sul suo viso è quella di malessere.
«È chiaramente un no» dice continuando a guardare il suo riflesso, palpebre pesanti e labbra dritte.
«Non essere ridicolo» risponde Hannibal.
«Sono davvero ridicolo invece» continua Will, allargandosi il colletto. «Il cravattino, Hannibal? E lo scozzese, su di me?»
«Mi lasci dire che è molto elegante, signore» interviene Pièr. «La chiusura a monopetto è perfetta per le sue spalle».
Will fa un respiro a denti stretti, lottando contro il desiderio di strapparsi tutto e lasciare il negozio seduta stante.
«Ma ovviamente ci sono altre opzioni…» continua il commesso, sfoggiando un sorriso di circostanza e spostando gli occhi sul dottore.
Hannibal fa un cenno a Pièr e ben presto Will si ritrova in un nuovo completo grigio, camicia celeste e cravatta monocromatica, troppo poco formale; poi: una giacca scura a doppiopetto con pantaloni a vita alta, ridicolo e troppo studiato; a seguire: pantaloni a sigaretta con un blazer di velluto nero dai polsini dorati. Ci sono altri cambi - Pièr che fa ripetutamente avanti e indietro dal magazzino - e Will è davvero sul punto di perdere la pazienza quando si infila l’ennesima giacca e si guarda allo specchio.
Si ferma, sorpreso, perché per la prima volta non c’è un idiota a ricambiargli lo sguardo. Il suo riflesso gli sistema la cravatta e il colletto, poi raddrizza la schiena, strattonando con decisione i lembi della giacca.
La camicia che indossa è a righe bianche e blu, la giacca abbinata ai pantaloni è di un blu scuro a tinta unita, in lana merino. Allacciatura a monopetto, cravatta di seta in coordinato. È semplice, elegante. Essenziale. A Will piace.
Fuori dal camerino Hannibal è seduto sul divanetto vicino lo specchio. Tra le sue mani c’è una rivista di moda, che sfoglia con tipica espressione di impassibilità. Quando Will scosta la tenda e fa un passo avanti, Hannibal alza lo sguardo su di lui. L’uomo più giovane si infila le mani nelle tasche mentre gli occhi indagatori di Hannibal sembrano scansionarlo sul posto. Questi si concentrano prima sulle spalle, poi sul busto, fino a scendere verso la punta dei calzini e tornare nuovamente su.
«Allora?» dice Will. «Che ne pensi?»
Il sopracciglio destro di Hannibal si solleva appena, quanto basta per mostrare interesse. Poi le estremità delle sue labbra si incurvano in un sorriso.
«Abbiamo un vincitore, suppongo» replica.
Will si volta per guardarsi allo specchio, o per sfuggire allo sguardo intenso di Hannibal. Toglie le mani dalle tasche per chiudersi il bottone della giacca.
«Sei incantevole, Will» aggiunge Hannibal.
Al complimento il profiler si schiarisce la gola, tornando a nascondere la mano sinistra nella tasca del pantalone, la destra vicino l’allacciatura della giacca.
«Oh» pronuncia Pièr, che nel frattempo è tornato dal magazzino con diversi abiti tra le braccia. «È quello giusto?»
Nessuno risponde ma non è necessario. L’insolita confidenza di Will fa già intuire la risposta.
«Sta benissimo, signore» continua il commesso. «Ma se vuole provare altro ho qui il gilet in damascato che mi aveva chiesto…»
«Non credo servirà» risponde Hannibal, chiudendo la rivista e abbandonandola sul tavolino. Pièr si avvicina al bancone per alleggerirsi delle grucce ricolme di abiti, mentre Hannibal accavalla la gamba destra sulla sinistra, il braccio steso comodamente sulla spalliera del divano.
«Come lo senti?»
Il diretto interessato fa un mezzo giro su sé stesso, controllandosi ancora allo specchio.
«Bene» risponde, slacciando la giacca e allisciandosi la camicia sull’addome. «Stranamente» aggiunge.
«È perfetto» dice Pièr.
«Non ancora» sostiene Hannibal. «Le maniche sono lunghe. Le accorcerei di due o tre centimetri, così come i bordi del pantalone. E mi piacerebbe cambiare i gemelli».
«Certamente, signore».
«Ci abbinerei anche una cintura in vitello lucido, quella della Maison Garaten, e delle Brogue, nere ovviamente. Quarantatré».
«Oxford o Derby?»
«Derby».
«Per i gemelli ha già in mente qualcosa?» continua Pièr.
«Quelli rotondi in acciaio nella vetrina all’ingresso» dice Hannibal.
«Con inserti in smalto blu?»
«Esattamente».
«Cosa c’è che non va con questi gemelli?» si intromette Will, toccando i bottoni della camicia. Sono neri e lucidi.
«Non vanno bene» risponde Hannibal con tono di ovvietà.
Will aggrotta la fronte.
«Se vuole, signore, abbiamo anche una variante in madreperla» dice il commesso, ma le linee sulla fronte di Will non si distendono.
«No, grazie Pièr, non sono necessari» continua Hannibal. «Per la pochette da taschino va bene il pois di seta».
«Blu su bianco o viceversa?»
«Bianco su blu» risponde Hannibal, e a quel punto Will smette di seguirli.
Quello che non si aspetta, però, è un uomo sulla sessantina con un metro da sarto intorno al collo che qualche minuto dopo si palesa per stringere calorosamente la mano di Hannibal. Will osserva l’uomo sorridere e scambiarsi qualche convenevole con il dottore. Si tratta chiaramente del proprietario del negozio e Will non riesce a fare altro che mostrargli un sorriso a labbra tirate quando si avvicina per scuotere anche la sua mano.
«Complimenti. Davvero un’ottima scelta» dice guardando l’abito di Will.
«Sono necessarie alcune modifiche, Vittorio» dichiara Hannibal.
«Assolutamente. Nessun problema» replica lui, allontanandosi per prelevare un piccolo sgabello sul quale Will si ritrova a salire.
Il signor Zacotti si muove in maniera diretta e spedita. Tira più volte la giacca di Will per farla aderire meglio alle spalle, poi prende il metro da sarto e inizia a misurargli la lunghezza delle braccia, delle gambe, la circonferenza del busto e della vita. Senza indugiare oltre poggia un ginocchio a terra e inizia a svoltare gli orli del pantalone verso l’interno, fermando la lunghezza esatta con degli spilli che magicamente fuoriescono dal gilet che indossa. Una volta terminato, il sarto si alza e ripete lo stesso procedimento con le maniche della giacca.
Dopo alcuni minuti la cosa sembra concludersi. Will resta immobile sullo sgabello.
«Perfetto» dice Vittorio, rivolgendosi prevalentemente ad Hannibal. «Direi che ci siamo. Non c’è bisogno di fare altre modifiche, il busto e il pantalone aderiscono molto bene da sé».
«Non posso che essere d’accordo» dice Hannibal.
«Ad esclusione di piccole rifiniture, mi lasci dire che sembra fatto su misura per lei, signore».
Will non sa cosa rispondere così annuisce in un rigido sorriso.
«Mancano solo alcuni accessori» prosegue Vittorio. «Ma so che vi siete già accordati con Pièr…»
«Corretto» risponde Hannibal.
A quel punto Will torna a guardarsi allo specchio e attraverso la superficie vede i due uomini allontanarsi alle sue spalle per discutere i dettagli. Will ne approfitta per scendere dal piedistallo e tornare a nascondersi dietro la tenda del camerino. A quel punto si toglie la giacca e la ripone con cura sulla gruccia appesa all’appendiabiti. Nel sfiorare la stoffa le sue dita si spostano in autonomia sulla fodera interna. È nera, un tessuto pregiato, morbido e liscio. Le cuciture sono rifinite, così come l’etichetta. Will legge il nome che ha creato quel completo e non ha la minima idea di chi sia. Quello che sa è che sicuramente gli costerà un occhio della testa.
Will sospira, considerando il tutto un’assurdità. Sa di non potersi permettere quel vestito, tantomeno le scarpe e gli accessori. La verità è che non avrebbe dovuto seguire Hannibal sin dall’inizio, acconsentire alle sue ridicole proposte. Will non ha alcun interesse di apparire elegante, sofisticato o alla moda; per quanto gli riguarda potrebbe andare all’opera con una semplice giacca, chi lo noterà? A chi importerà? A lui non di sicuro, ma questo non rientra nelle prerogative di Hannibal, che tanto adora valorizzare lo stile, il buon gusto e le buone maniere. Eppure il dottore prima o poi dovrà imparare ad adattarsi, come Will si è adattato al suo stile di vita. Dopotutto essere l’amante di un pluriomicida cannibale non è propriamente lo standard romantico a cui aveva pensato di mirare.
In Will monta rapidamente della frustrazione. Provare vestiti in una sartoria di lusso è l’esatto opposto di quello che vorrebbe fare in questo momento.
Con un gesto nervoso Will inizia a slacciarsi la cravatta. Ha già le dita nello spazio dell’annodatura quando Hannibal scosta la tenda del camerino.
«Will. Tutto bene?»
«Sì» risponde lui con tono stizzito, liberandosi del cappio di stoffa.
«Che stai facendo?»
«Non è evidente?» risponde, facendo cadere la cravatta sul tavolino di legno. Il camerino è abbastanza grande da accogliere un tavolino da muro, due poltrone e una panca. Le pareti color beige sono nude, ad esclusione di alcuni ganci appendiabiti e del lungo specchio principale.
«Pensavo avessimo finito…» prosegue Will. «Non è così?»
Hannibal entra completamente nella stanza, la tenda pesante che oscilla in chiusura alle sue spalle.
«Qualcosa ti infastidisce» afferma. «Di che si tratta?»
Will inizia a slacciarsi i primi bottoni della camicia ma dopo qualche secondo si ferma e abbassa la testa. Una smorfia derisoria si palesa sul suo viso.
«Tutto questo, più o meno» risponde.
«L’abito non è di tuo gradimento?»
«Non è l’abito. È il resto».
«Ovvero?»
«Andiamo, Hannibal…»
Il dottore non muove un muscolo, resta fermo a guardarlo. Will contrae la mandibola.
«Che ci faccio in un posto del genere?» ammette, sollevando le spalle con esasperazione. «Provo abiti che non indosserò mai e che non potrò mai permettermi…»
«È questo il problema?» chiede lui. «Non darti cruccio, si tratta di un mio regalo».
«Ti ho già detto che non voglio regali del genere».
«Perché no?» domanda Hannibal con tono innocuo. Will lo guarda e sospira, passandosi una mano tra i capelli.
«So che ti piace l’opera» prosegue il dottore. «E il teatro richiede un determinato codice di abbigliamento. Non è nulla di personale, Will, stiamo solo cercando qualcosa che possa valorizzarti».
«Valorizzarmi per chi?» dice. «Per gli sguardi altrui?»
«Per me» risponde Hannibal. «E per te».
Will si passa distrattamente una mano sugli occhi. «Sai che non mi piace».
«Cosa, di preciso?»
«Tutto questo» risponde. «Provare dozzine di vestiti, vedersi allo specchio, decidere, stabilire cosa stia bene… è stressante».
«Voglio solo il meglio per te, lo sai».
«Il tuo meglio consiste nel tirarmi a lucido per poterti vantare con gli altri».
«La vanità rimanda all'atto del guardare, contemplare, ammirare. Nessuno sarebbe vanitoso se non potesse vedersi e, soprattutto, essere visto».
«Quindi lo ammetti?»
«Non mi interessa l’opinione altrui. Mi piace vederti all’apice della tua bellezza. E se ho voglia di comprarti degli abiti, Will, ti chiedo la cortesia di concedermelo».
Will sospira, grattandosi distrattamente la fronte. All’improvviso non ha più voglia di discutere.
«Hai intenzione di comprare l’intero completo?» chiede poco dopo. «Scarpe… tutto incluso?»
«Sì».
«A quanto ammonta?»
«Non ti riguarda».
Will emette l’ennesimo sospiro e dà una rapida occhiata alla pregiata giacca appesa alla gruccia, poi si infila le mani nelle tasche e fa qualche passo verso lo specchio. Raddrizza la schiena e alza il mento mentre Hannibal si avvicina lentamente alle sue spalle.
«Will, sei consapevole che lo scopo degli abiti non è solamente quello di tenerci al caldo?» dice il dottore, guardandolo. «Ciò che indossiamo ha il potere di cambiare la nostra percezione del mondo e al tempo stesso muta noi stessi agli occhi di chi ci circonda».
Will scruta il proprio riflesso prima di spostare gli occhi su Hannibal.
«Tu mi vedi diverso?» chiede.
«Sei tu a vederti diverso. Per questo la cosa ti allarma».
Will non dice altro e Hannibal gli si avvicina ulteriormente, questa volta toccandogli i fianchi con le mani, la bocca vicino all’orecchio.
«Dovresti imparare ad ammirarti, mano meilė, come io ammiro te» continua con tono volutamente suadente.
Will pronuncia solo un flebile «Mh» e resta fermo davanti allo specchio, col fiato di Hannibal che gli solletica il collo.
Will guarda il dottore annusare le note del profumo che indossa: legno di cedro e muschio bianco, colonia pura, un regalo costoso che Hannibal stesso gli aveva fatto mesi prima, per il suo compleanno. Decisamente senza navi sulla boccetta.
«Devo togliermi i vestiti» annuncia Will, poggiando le mani su quelle di Hannibal.
«Sì, dovresti» replica lui, dandogli un bacio dietro l’orecchio.
Will chiude gli occhi, sopprimendo un brivido.
«Sul serio, Hannibal. Devono fare la piega».
«Sì, ma vorrei che restassi così ancora un po’».
«Perché?»
«Perché questo abito ti dona immensamente».
Hannibal si avvicina di più e Will sente il suo petto espandersi contro la sua schiena. Una calda tensione inizia a concentrarsi proprio sotto lo sterno.
«Sai, trovo affascinante il modo in cui il tessuto ti stringe» dice Hannibal. «Ma ancora di più ammiro il piacere nascosto che trai nell’indossarlo. Sei adorabile, Will. Lo sei ancora di più quando ti liberi del peso dei tuoi pensieri per un secondo o due».
Will fa un respiro profondo, premendosi contro il peso di Hannibal. Lo vede, sullo specchio, alle proprie spalle, mentre gli sfiora l’elice dell’orecchio con la punta del naso.
«Pensavo avresti detto che questo blu fa risaltare il colore dei miei occhi» dice Will a bassa voce.
«Mi reputi così banale?»
Will sogghigna e Hannibal sposta le mani più in basso, ai lati delle cosce. Ripete l’operazione un paio di volte, su e giù, prima che Will gli blocchi i polsi con le mani.
«Hannibal».
«Vuoi che ti dica cos’altro vedo?»
Will non risponde, si limita a guardare il dottore che a sua volta l’osserva, col mento che aleggia sulla sua spalla, le mani di nuovo sui fianchi, possessive.
«Quando indossi questo abito sei integro, perfetto» dice Hannibal. «Ma al tempo stesso sei grezzo, nudo, quasi senza pelle. Sei troppo cosciente dell’immagine che imbasti per accettarlo, ecco perché non gradisci farti vedere così. Non permetti a nessuno di vederti così, tranne che a me. Temi di scoprirti ma quando lo fai, è sempre perfetto, perché raro, esclusivo. Prezioso». A quel punto Hannibal preme il bacino contro Will, marcando tra i suoi glutei il turgore di un’incalzante erezione. «Vederti così… vederti risplendere nella tua forma reale, con questi abiti ma senza barriere, mi riscalda le vene in maniera straziante, Will».
Hannibal si spinge ancora contro di lui, lentamente, deliberatamente. Will rilascia un vibrante respiro.
«Hai idea di quello che mi fai?» continua il dottore. «Questo blu, e questa camicia, sono perfetti su di te. Il contrasto che si crea con la tua pelle e i tuoi capelli è ideale. Il modo in cui la luce cade, qui, adesso, tra le pareti di questo camerino, è troppo allettante perché io possa tirarmi indietro…»
«Hannibal…» mormora Will, il collo arrossato. «Non qui…».
«Perché no?» domanda lui, infilando le dita nello spazio tra la cintola e la camicia di Will.
«C’è solo una tenda. Ci sentiranno…»
«Non c’è nessuno al di fuori di questo camerino» risponde Hannibal, muovendo l’altra mano sul petto di Will. Questa scivola sulla camicia, lenta e deliberata, fino a raggiungere il suo collo. A quel punto Hannibal afferra saldamente la mandibola di Will, indirizzando il suo viso verso lo specchio.
«Guardati» dice, e Will si guarda. Guarda sé stesso, in piedi, tra le mani di Hannibal, che lo reggono come se fosse un prezioso manichino, o una statua. Will nota il suo stesso viso arrossato per l’eccitazione, lo sguardo intenso di Hannibal dietro di lui, e quel completo, così elegante, raffinato, quel blu e quel tessuto che gli conferisce un’aria così distinta, così superiore. Hannibal continua a fare frizione su di lui e Will sente l’erezione contro il suo sedere farsi più viva, più dura.
«Ammira la tua bellezza, Will» prosegue Hannibal, con le labbra vicine al suo orecchio. «Il piacere estetico che incarni in questo momento, mon amour… vorrei poterti scolpire nel marmo, come Bernini, e serbarti per sempre».
Will ha il mento sollevato, la gola abbrancata dal palmo di Hannibal, le pulsazioni accelerate. Si sente vibrare mentre Hannibal continua a sedurlo con quella voce modulata appositamente per raschiargli la mente. Un languido, lento desiderio inizia a diffondersi in Will e si stabilizza nel suo basso ventre. Lo riscalda mentre il sangue confluisce rapidamente nel suo fallo, che inizia a farsi vedere sotto i pantaloni in una sporgenza tutt’altro che equivoca.
«Vuoi farlo… qui? Proprio qui? Adesso» dice Will.
«Sì» risponde Hannibal, spostando una mano per sfiorare l’erezione di Will con le nocche.
Lui si schiarisce la gola, scosso da un brivido. «Quanto ti alletta il fatto che possano scoprirci?»
«Non c’è pericolo» risponde. «Gli ho esplicitamente chiesto di non disturbarci».
Will fa una risatina, le pareti del viso che si distendono tra le dita di Hannibal. «È così che funziona, qui?» domanda. «Faranno tutto quello che vuoi?»
«Sono uno dei loro più stimati clienti».
«E ti piace essere trattato come un dio» dice Will, spingendosi col fondoschiena verso di lui.
«Mi piace» replica Hannibal, iniziando a slacciare il bottone dei pantaloni di Will. «Ma mi piacerebbe ancora di più aprirti in due, adesso, in questo camerino, e sentire ogni tuo fremito. Vedere come vibri. Sentire quale musica riesco a fare uscire questa volta da quel meraviglioso strumento che è il tuo corpo».
«Dio» risponde Will in un lamento. «Sei così…»
«Me lo permetti?» chiede Hannibal estraendo la camicia dal pantalone di Will, sfiorando con le dita la rada peluria del suo ventre. La cicatrice è lì, poco più in alto, immobile e immortale. Un rosato segno sbiadito di ventitré centimetri che orna il suo addome come un delizioso ricordo incastonato nell’epidermide. Quando Hannibal la sfiora Will non riesce a far altro che contrarre i muscoli. Espira, bloccato, circondato dalla presenza di quell’uomo in ogni parte: davanti, da dietro, intorno al collo. Ovunque.
«Sì» replica infine, in un soffio. «Sai che puoi avermi quando vuoi. Dove vuoi. Anche adesso».
Hannibal non ha bisogno di sentire altro che si avventa con la bocca sul collo di Will, leccandolo e mordendolo con ardore. Will chiude gli occhi in un forte sospiro, mentre le mani di Hannibal si adoperano per slacciare definitivamente quei costosi pantaloni blu. Scivolano in basso, vicino alle caviglie, e l’istante dopo il pavimento sembra oscillare vertiginosamente perché Will si ritrova piegato contro il tavolino al lato della parete.
Sibila qualcosa mentre i suoi gomiti si scontrano sulla superficie di legno e i suoi boxer vengono rapidamente scostati in basso per raggiungere i pantaloni.
Le mani di Hannibal si muovono nel frattempo dal retro delle sue ginocchia verso l’alto. Sfiorano i peli delle gambe di Will, toccano i suoi bicipiti femorali e lo spazio in cui si forma la piega del sedere. Solo carezze, al momento, blande e provocatorie. I suoi palmi perlustrano e massaggiano le morbide colline di Will, si spostano ai lati e più in alto, salgono sui fianchi, all’altezza dei reni, per poi tornare giù. Solo a quel punto Hannibal percuote quelle natiche sode con qualche schiaffetto prima di afferrarle saldamente con le dita.
Will sbatte gli occhi mentre Hannibal divarica i suoi glutei e si strofina ancora contro di lui. La gonfia erezione coperta dal pantalone fa attrito sui testicoli nudi di Will, che si infervorisce alla sensazione.
Hannibal si accomoda contro di lui ancora un paio di volte prima di recitare bizzarri apprezzamenti sulla natura del suo fondoschiena. Will emette un debole verso a denti stretti e decide di spostare una mano tra le proprie gambe quando Hannibal gli blocca il braccio.
«Non toccarti» gli ordina.
«Andiamo...»
«Non farlo» ripete lui, riposizionando il polso di Will sul tavolo.
«Allora fa' qualcosa…» replica, spingendo a sua volta il bacino contro di lui, la punta della sua rigida erezione già bagnata.
Hannibal risponde stringendo di nuovo i fianchi di Will e trascinando le unghie sulla pelle in leggeri graffi. Will ha l’impressione di doversi spiegare meglio quando Hannibal fa un passo indietro e finalmente, con profonda gioia da parte di Will, si inginocchia dietro di lui. Will sospira, come sollevato, mentre sente il respiro caldo di Hannibal solleticargli il solco di separazione dei glutei, il suo orifizio, i testicoli. Finché la mano del dottore spunta tra le sue cosce e lo impugna fermamente.
Will espira forte, abbassando la testa tra le proprie braccia. Allarga le gambe mentre Hannibal inizia a masturbarlo. Sente la sua presa scivolare ripetutamente su e giù, scoprendo e coprendo la punta, inumidendolo per tutta la sua lunghezza. Will contrae la faccia in un’espressione di piacere ed è già molto teso quando Hannibal fa qualcosa che per poco non gli fa perdere l’equilibrio: indirizza il suo organo verso di sé e lo accoglie in bocca. Non succhia, all’inizio, ma si limita a muovere ripetutamente la lingua sul suo glande, sulla piccola fessura. Poi si ritrae appena, lasciando che la punta liscia e bagnata di Will gli imbratti le labbra in maniera indecente.
«C-cazzo» esclama Will, sbattendo un pugno sul tavolino e sentendosi invaso da un ridicolo, acuto senso di euforia.
Poi qualcosa cambia, la bocca del dottore si apre ancora e Will geme come un povero cane mentre Hannibal inizia a succhiarlo con una morbidezza estenuante. Avanti e indietro, avanti e indietro, nell’antro caldo e scivoloso della sua bocca. Il suono che ne deriva è rumoroso, osceno, umido, e Will si maledice di non poter vedere il tutto con i suoi occhi. Tuttavia quel calore accogliente sparisce presto, esattamente come è iniziato, lasciando Will boccheggiante e con le gambe tremanti.
Hannibal si lecca ora il labbro superiore, come soddisfatto di quell’assaggio durato appena una decina di secondi. Poi si fa leggermente indietro, abbandonando il pene arrossato e umido di Will, che torna a penzolare rigido tra le sue gambe.
«Che diavolo…» inizia Will, voltandosi verso di lui.
«Mi hai detto di fare qualcosa, non è così?»
Gli occhi di Will sono offuscati da una voluttà mista a vendetta. Vorrebbe trovare lo sguardo di Hannibal ma la posizione ricurva non glielo permette. Il dottore, inoltre, non sembra volergli concedere alcun contatto visivo, impegnato com’è a toccargli le gambe e a contemplare il suo perineo.
Will torna con la faccia sul tavolino, puntellando meglio gli avambracci sulla superficie.
«Cosa vuoi?» chiede, esasperato.
«Un per favore sarebbe gradito» dice. «Sai che apprezzo le buone maniere».
Con un grugnito Will china la testa e tende le gambe.
«Per favore» dice ma a quel punto Hannibal smette completamente di toccarlo.
Will solleva la testa. «Che c’è?»
«Mi piacerebbe che fossi sincero» dice lui. «Lungi da me farti qualcosa che non ti aggrada».
Will rotea gli occhi e, con un’inflessione degna della sua disperazione, dice: «Per favore, Hannibal. Ti prego».
Questo sembra bastare, perché qualche secondo dopo il dottore inizia a leccargli un testicolo. A quella sensazione calda e bagnata Will stringe i denti ed emette uno strano lamento. Le mani di Hannibal tornano a muoversi sulle sue gambe contratte, arruffando i peli nella direzione sbagliata, mentre la sua lingua continua a lasciargli umide lappate. Quando una palla supera il confine di quelle labbra Will flette la schiena, piegando leggermente le gambe. Hannibal ne approfitta per tornare a stringere il pene di Will, ancora più duro e bagnato di prima. Hannibal succhia e al tempo stesso lo tocca, lo massaggia, titillandogli la punta bagnata col pollice, come per lubrificarsi. Quello che fa dopo è abbandonare i suoi testicoli gonfi per allargargli i glutei e inserire il pollice nel suo orifizio. Diretto e senza preavviso.
In un grugnito Will nasconde la faccia tra le sue braccia e si stringe intorno alla falange. L’intrusione è tanto ostile quanto piacevole. Hannibal ritira appena il pollice, lo trascina brevemente sul suo perineo e lo preme ancora una volta contro il suo buco.
Will emette l’ennesimo delizioso lamento e Hannibal sente la propria salivazione aumentare. Il desiderio genera in lui forti scosse di caldo. L’erezione trascurata nei pantaloni gli fa quasi male, e per un momento non sa se continuare o meno su questa linea di condotta. Alla fine decide di estrarre il pollice bagnato per strofinarlo ancora sul foro di Will in piccoli cerchi. All’ennesimo respiro di Will, Hannibal apre la bocca per mordergli il gluteo. Inizia a lasciargli delle indentazioni sulla pelle fino a quando Will si mette in punta di piedi e inizia a mugugnare, la fronte sul tavolo. Hannibal non lo vede ma percepisce il suo cazzo sobbalzare.
«Dio, Hannibal…» dice a denti stretti. «Ti prego, basta».
Il dottore smette di morderlo e Will sposta la testa verso destra, dove è sorpreso di notare entrambi, come per la prima volta, sul grande specchio del camerino. Adesso, flesso com’è e col sedere all’aria, Will può vedere chiaramente la parte inferiore del proprio corpo nuda e Hannibal in ginocchio, dietro di lui, ancora in giacca e cravatta, con la fronte madida di sudore e i capelli non più così impeccabili. È ancora vestito. Will è mezzo nudo ma Hannibal è ancora abbottonato nel suo completo elegante. Giacca, camicia, gilet e tutto il resto. Per Will la scena è così erotica che ogni nervo, ogni sinapsi vibra e si accende di piacere.
«Cazzo» dice, muovendo le gambe e a quel punto Hannibal sposta gli occhi sullo specchio.
Finalmente si guardano. Will lo fissa, col respiro corto e le pulsazioni elevate, mentre un desiderio ardente gli inumidisce gli occhi. Nelle pupille dilatate del dottore vi legge fame, eccitazione e predominanza. Will si lecca le labbra con l’intenzione di dire qualcosa ma Hannibal non gli dà il tempo ché con le mani gli allarga subito le natiche e, senza distogliere lo sguardo, si avvicina per schiudere la bocca e lambire Will proprio in mezzo ai glutei.
Hannibal lo lecca, e continua a leccarlo, ancorandolo con gli occhi sul posto, e Will inizia ad ansimare. Geme con forza, tornando a poggiarsi con le mani sul tavolo, la testa rivolta sempre a destra, sempre verso lo specchio, verso di loro. Will si guarda, guarda Hannibal mangiarlo, e osservarlo, e leccarlo, e l’afflusso di piacere che lo attraversa è quasi sufficiente per fargli raggiungere l’orgasmo.
Il suo cazzo sbatte nell’aria, duro e arrossato e gocciolante, mentre la lingua di Hannibal inizia a superare le pareti del suo orifizio.
«Ah---ah…Hann» biascica Will, e Hannibal chiude gli occhi in un grugnito di apprezzamento senza smettere di far lavorare la lingua.
Il respiro che Will emette è forte e sentito, e Hannibal continua a leccarlo con quel tipo di fervore riservato alle esperienze carnali. Will fa pressione sui bicipiti e sui fianchi, premendo contro la sua faccia a tono. Hannibal apre maggiormente la bocca e sente Will tremare intorno alla sua lingua. Lo percepisce mentre prima si rilassa e poi si irrigidisce, nel tentativo di controllarsi. Hannibal va più in profondità e viene ricompensato con un altro nutrito gemito. I muscoli delle cosce di Will intanto si irrigidiscono e il respiro di Hannibal si fa più rapido, come affamato del sapore di quell’uomo, del suo odore più intimo, che lo accerchia completamente e gli fa irrigidire il cazzo nei pantaloni ancora di più.
Will vorrebbe trattenere la voce ma gli risulta difficile. Stringe i denti, ansimando, e si inarca all’indietro per allungare una mano tra i capelli di Hannibal. Le sue dita si aggrappano con forza alla sua testa, forse un po’ troppo forte, e per un momento Hannibal lascia che Will lo spinga con più veemenza nello spazio tra le sue natiche. La lingua del dottore si dimena dentro di lui e Will emette l’ennesimo lamento sommesso.
È abbastanza. In un suono scivoloso Hannibal si distacca e si mette in piedi. Con una mano si pulisce la bocca dell’umore di Will e con l’altra inizia a slacciarsi la cintura dei pantaloni. Will torna a piantare le mani sul tavolino, restando chino, col respiro affannato e la testa rivolta allo specchio. Vede Hannibal allentarsi il nodo della cravatta e abbassarsi rapidamente la lampo dei pantaloni. Poi vede il suo fallo saltare fuori, rigido e rubicondo. Hannibal si accarezza un paio di volte, senza trattenersi dal generare piccoli sospiri di piacere, e poi, senza aspettare altro, afferra Will da un fianco, prende la mira, ed entra con decisione in lui.
Will emette un lamento, basso e sentito, mentre inarca la schiena e cerca di rilassarsi per facilitare l’intrusione. Hannibal schiude la bocca in una piacevole espirazione e si fa più avanti nel suo buco allentato, centimetro per centimetro, con l’intento di far aderire i loro corpi in più possibile. Afferra le sue natiche per allargarle, come per scivolare ancora di più, per entrare nelle profondità delle sue viscere, per sentire i suoi rapidi respiri uscire direttamente dalla propria gabbia toracica.
Will si restringe attorno a lui, i fianchi che sussultano. Ansima, vibra, producendo quel delizioso, specifico suono che fa quando si risveglia da un incubo. Hannibal emette un breve gemito, ritraendosi appena, e in uno slancio torna a penetrarlo. Will resta fermo, facendo pressione sui palmi, sentendo la propria eccitazione sobbalzare ancora tra le gambe. Hannibal torna a dare un’altra piccola spinta e Will gli viene incontro, inarcando la spina dorsale. A quel punto il dottore si china totalmente sulla schiena di Will, sospirando vicino al suo orecchio.
«Ti piace averci così» gli dice con tono graffiante e lui non risponde perché Hannibal riprende a muoversi, lentamente. Will geme, stringendo i denti, e volge la testa di nuovo sulla destra, sullo specchio, dove ha modo di vedere sé stesso, ricurvo e con il cazzo di Hannibal conficcato dentro.
«A te piace vederci così» continua Hannibal, schiacciando Will con tutto il suo peso, sprofondando in lui fino a toccarlo con i testicoli.
Will mostra i denti, invaso da quel familiare, doloroso piacere, e resta fermo, immobile. Chiude gli occhi e con sorpresa sente le labbra morbide e umide di Hannibal che gli baciano prima l’orecchio, – spinta – poi la mascella inferiore, – spinta – e infine la guancia. Will sente il suo fiato caldo solleticargli la ruvida barba di sei giorni prima di inclinare il viso verso il suo. A quel punto entrambi si baciano, ma la bocca di Hannibal è così aperta che per un istante Will pensa di venir divorato.
La posizione non è delle migliori per cui il bacio che si scambiano è più che altro uno scambio di saliva e grugniti. Uno scambio che termina presto, perché Hannibal muove un braccio per cingere Will sul petto. In un’unica mossa lo sposta, senza uscire da lui, per spingerlo contro il vetro dello specchio. Will sibila qualcosa mentre si sorregge bruscamente con le mani sulla superficie. Poi alza la testa e vede sé stesso, capelli arruffati sulla fronte, palpebre pesanti, respiro affannato. Ha un aspetto devastato. La costosa camicia a righe che indossa è aperta solo ai primi due bottoni, ma adesso è sgualcita, rovinata dal sudore. L’idea dovrebbe dargli fastidio ma non ha modo di approfondire il pensiero che Hannibal torna a spingere dentro di lui.
Will espira forte e sposta gli occhi su Hannibal, che alle sue spalle lo guarda con una brama a dir poco famelica.
«Ti piace, Will?» domanda, muovendosi all’indietro di qualche centimetro e poi ancora in avanti. I suoi movimenti sono lenti, pigri, come attenuati oltre il limite temporale. «Ti piace, vederci così?» continua, spingendosi ancora e ritraendosi appena. Will rabbrividisce a ogni suo movimento in lamenti ovattati.
Quando Hannibal dà un’altra spinta e sibila al suo orecchio che vuole una risposta, tutto quello che può fare Will è annuire, in una scossa vibrante. Un istante dopo il braccio di Hannibal si stringe meglio attorno al suo addome e l’altra mano si sposta per afferrare il cazzo di Will. Le sue dita affusolate tornano a stringersi al suo organo e Will si sente invaso da un nuovo lampo di piacere. Emette un altro gemito, venendogli incontro col bacino, sentendolo più in profondità.
Will abbassa gli occhi sullo specchio e vede il pollice di Hannibal passare sulla sua punta sempre più turgida e bagnata. Poi il pugno riprende a scorrere rapido sulla sua lunghezza e Will vede una goccia del suo liquido trasparente che si condensa sull’estremità e scivola verso il basso, lungo la sua asta erta e venosa.
La visione e la sensazione sono quasi sufficienti a farlo capitolare. Will ansima e abbassa la testa, facendo pressione sulle proprie braccia, ma Hannibal continua a reggerlo da dietro.
«Guardati, Will» dice lui, abbandonando il suo sesso per stringergli i fianchi. Will curva la schiena, divaricando le gambe, e torna a guardarsi. Hannibal ne approfitta per ritirarsi quasi completamente e sprofondare di nuovo in lui, con forza, in un unico slancio che per poco non fa perdere l’equilibrio a Will. Da quel momento in poi le sue spinte si fanno più stabili, precise, e a ogni colpo Will si regge con forza sul vetro. Colpo, respiro, colpo, respiro, e intanto lo specchio si ricopre delle sue impronte digitali.
Hannibal affonda ripetutamente in lui con movimenti sempre più frenetici. I suoi fianchi sbattono contro i suoi glutei sodi e gli schiaffi cadenzati dalla loro pelle iniziano a echeggiare nel camerino. I suoni provenienti dalla bocca di Will si fanno più bruschi e urgenti, risuonano dentro e intorno a loro, incatenando l’uno al corpo dell’altro.
Nello slancio di estasi Will torna a guardarsi allo specchio, affannato e arrossato, e c’è un momento, un punto particolare in quell’amplesso forsennato, in cui Hannibal inclina i fianchi e arriva a toccargli la prostata. Le gambe di Will si scuotono in automatico, sbattendo nei confini dei pantaloni attorno alle caviglie, e i tratti del suo viso si restringono in un’espressione contratta. Will inizia a dimenarsi e Hannibal torna a muovere la mano sulla sua erezione.
«Vieni, vieni, mio splendido ragazzo» esorta la ruvida voce del dottore direttamente al suo orecchio, e Will si sente invaso da un’onda di calore che sembra azzerare tutte le sue capacità neuronali.
Hannibal continua a muovere con vigore i fianchi, dentro e fuori, dentro e fuori, mentre la sua mano slitta rapida su Will. L’intensità aumenta fino all’esasperazione, Will contrae i polmoni ad ogni respiro affannoso, irrigidisce i muscoli, digrigna i denti fino a quando Hannibal pronuncia il suo nome e Will si libera nella sua mano in un’esplosione di fluido che schizza direttamente sullo specchio. L’orgasmo travolge Will come un urto, mentre delle lacrime si addensano nei suoi occhi e i tremiti lo scuotono in profondità. Raddrizza la schiena mentre la sua nuca scatta all’indietro, sulla spalla di Hannibal, in un gemito rauco e liberatorio.
Il dottore sente Will stringersi attorno al suo cazzo, e lo vede annaspare, con la bocca aperta, in sospiri sonori. Con la mano continua a masturbarlo, fino a far uscire ogni singola goccia del suo piacere. Quella deliziosa immagine di devastazione sembra di per sé dare fuoco al sangue di Hannibal, che si ritrova ad afferrare Will per le spalle e a piegarlo ancora una volta contro lo specchio in un angolo di novanta gradi. Con un grugnito Will si sostiene ancora sulle mani mentre Hannibal torna a spingere in lui con una foga incalzante. Spinge, accelera, fotte e sprofonda in lui ripetutamente, premendolo contro la superficie in spinte sempre più rapide e brevi. Delle ciocche di capelli grigi cadono sulla sua fronte e Will mugugna qualcosa, alzando gli occhi su di lui attraverso lo specchio. Per Hannibal è sufficiente scambiare un’occhiata con i suoi languidi, scaltri occhi celesti per avvertire scosse di elettricità lungo tutto il sistema nervoso.
Una mezza dozzina di spinte dopo, Hannibal mostra i denti e viene. China il capo mentre delle scariche di piacere si increspano dentro di lui e lo lasciano superstite di una sublime estasi. Il suo bacino continua a battere contro il sedere di Will, ancora e ancora, in rapidi colpi, fino a svuotarsi del tutto.
Da quel momento in poi una strana quiete discende su di loro. Il silenzio nel camerino viene interrotto solo dal suono dei loro respiri alterati, dai loro toraci ricoperti di vestiti che si sollevano e abbassano, in attesa di calmarsi.
Will fa leva su un braccio per tornare in una posizione eretta e allunga una mano dietro di sé per afferrare il fianco di Hannibal. Il dottore gli sfiora la nuca con la punta del naso e con dita leggere gli accarezza il sedere.
«Magnifico» dice Hannibal, con tono appagato. «Magnifico, come sempre».
Un istante dopo scivola fuori da lui, lasciando Will debole come uno straccio. Un verso simile a un gemito esce dalla gola del profiler, come segno di protesta, ma in lui non sembra esserci più alcuna forza. Hannibal abbassa lo sguardo sui glutei arrossati di Will e con due dita gli sfiora l’entrata, stremata e gocciolante. Will rilascia un sospiro e il pene di Hannibal guizza ancora in un piccolo spasmo, sebbene stia iniziando a distendersi.
Il dottore china la testa tra le scapole dell'altro per riprendere fiato e poco dopo si sposta per prelevare delle salviette dai cassetti del tavolino, con le quali si premura di pulire sé stesso e Will. L’uomo più giovane lo lascia fare ma nei suoi occhi risiede un’espressione fiacca, attonita.
«Will» dice Hannibal, sfiorandogli il braccio con la mano. «Finisci di toglierti i pantaloni. Lasciati la camicia, porterò questi e la giacca per le misurazioni».
Will alza lo sguardo sullo specchio, dove nota che Hannibal è tornato ad assumere un aspetto presentabile. Quando sposta gli occhi su di sé, invece, si accorge che i costosi pantaloni blu sono ancora raggrinziti intorno alle caviglie. Will si gratta distrattamente il mento prima di sistemare le mutande al proprio posto e sfilarsi del tutto i pantaloni.
«Spero per te di non averli macchiati» mormora Will, analizzando con attenzione il tessuto tra le mani.
«Non l’hai fatto» replica Hannibal. «Ti consiglio di ispezionare lo specchio, piuttosto».
Will muove gli occhi sul vetro, dove trova chiaramente i residui dei suoi zampilli.
«Merda» dice, afferrando delle salviette e affrettandosi a pulire.
Hannibal guarda la scena con un sorrisetto. Poi preleva i pantaloni blu e la giacca di Will appesa alla gruccia. Fa per scostare la tenda del camerino ma le parole dall’altro lo fermano.
«E così che farai, allora?» chiede Will, gettando i fazzoletti sporchi nel cestino dell’angolo. «Uscirai da qui facendo finta di niente?»
Hannibal continua a guardarlo in silenzio.
«Sanno quello che abbiamo fatto, l’avranno anche sentito» continua Will, infilandosi il paio di pantaloni con cui si è introdotto in negozio. «E ora ti presenti a loro come se niente fosse».
«Cosa ti preoccupa?» domanda Hannibal. «Il fatto che loro lo sappiano o che noi l’abbiamo fatto ugualmente?»
Will non risponde, allacciandosi il pantalone alla vita.
«Anche la modestia, di cui talvolta tu stesso pecchi, è solo una forma raffinata di vanità» continua.
Will rotea gli occhi ma Hannibal non smette di osservarlo. Poi, con un’espressione leggermente divertita, il dottore fa un passo verso di lui.
«Dopo tutto questo tempo, Will, continui a essere la fonte perpetua del mio stupore» dice, sollevando una mano per scostargli i capelli dietro l’orecchio. «Solo due notti fa sei riuscito a togliere la vita a un uomo con una semplice forchetta, eppure adesso ti imbarazzi per questo».
Will emette aria dal naso. «Era uno stupratore».
«E che differenza fa?» replica lui, prima di lasciargli un bacio su un angolo della bocca. Will chiude brevemente gli occhi.
«Ti aspetto fuori» dice Hannibal, e con l’abito nell’incavo del gomito si volta per sparire oltre la tenda del camerino.
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Tre giorni dopo, all’inizio del terzo atto, Calaf inizia a intonare Nessun Dorma. L’attore si alza dalla scalinata e la sua voce si espande sempre più nell’ampio teatro. Lo stile arioso e il discorso musicale vengono condotti magistralmente dall'orchestra e dal tenore.
È una delle melodie più famose. Al primo ritornello Will volge la testa sulla poltrona al suo fianco, dove si aspetta di trovare Hannibal catturato dalla scena presente sul palco. Non è la prima volta che assistono insieme a un’opera teatrale e non è raro che il dottore si commuova, specialmente nei momenti più alti dell’aria, eppure Will resta interdetto quando scopre gli occhi di Hannibal fissi su di lui.
La sinfonia torna ad addolcirsi col tremolio degli archi, dell’arpa, dei flauti, e Will ricambia lo sguardo, seduto e immobile, nel suo costoso completo blu. Il coro intanto si alterna al cantante, dopo una ripresa scorciata della strofa, e gli occhi scuri di Hannibal sembrano brillare, solo su Will Graham, nel buio della sala.
I capelli grigi del dottore sono elegantemente pettinati all’indietro. Indossa un papillon e uno dei suoi completi più eleganti. È così splendido da sembrare irreale. Eppure la cosa più sconvolgente è il fervore nei suoi occhi: Hannibal guarda Will come se fosse lui stesso a intonare la canzone sul palco.
Calaf riprende la melodia con nuovo slancio e la sua voce tocca con forza una nota acuta. L’intensità dello sguardo di Hannibal sembra accentuarsi di pari passo con la musica e Will continua a osservarlo, quasi ipnotizzato, incapace di reagire.
Intanto l’impeto eroico del tenore si intensifica, scivolando nella parte finale. Will sente il proprio viso avvampare, stupito di trovare nelle iridi di Hannibal un’espressione contemplativa, mistica. Devota. Il riflesso della bellezza, dell’amore che Will trova in quegli occhi lo colpisce come una marea, piombando con prepotenza sulla sua empatia. Will irrigidisce i muscoli mentre i suoi occhi si velano di una patina lucida e i polmoni del cantante si riempiono sull’ultima coda della parola Vincerò.
Il tempo sembra fermarsi, come risucchiato dalla voce del tenore, dall’intensità racchiusa in quella vocale conclusiva, finché l’orchestra esplode con tutta la sua forza in una straordinaria deflagrazione finale.
Dagli occhi di Will sfocia una lacrima, che riga la sua guancia verso il basso. Hannibal prende la sua mano e se la porta alle labbra. La sua bocca sfiora le dita di Will e per un solenne attimo, in quel semplice gesto, ciò che arde tra di loro ha tutta l’impressione di poter durare in eterno.
FIN

