Chapter Text
Rengoku ci mise qualche momento prima di riuscire a reagire e a ragionare su quanto stava accadendo.
La frase di Shinobu lo aveva subito messo in allarme, e reso quasi imperativo il bisogno di agire il più in fretta possibile, perché poteva solo immaginare che cosa sarebbe successo se fosse iniziata una sorta di battaglia tra umani e idazan .
Quello, però, faceva emergere innumerevoli insicurezze che mettevano a nudo la precarietà di quei momenti.
Kyojuro, infatti, non sapeva come agire .
Per liberare gli idazan sapeva di avere bisogno di recuperare l’occhio rubato, ma al tempo stesso sentiva di voler anche salvare gli umani, la sua gente . E, suo malgrado, Rengoku era consapevole di non poter essere in due posti contemporaneamente. Inoltre, non sapeva nemmeno come avrebbero reagito gli idazan nel vederlo.
Non l’avrebbero attaccato, o almeno così sembrava dalle parole del Dormiente, ma si sarebbero fermati?
Non lo sapeva .
Sentiva di non sapere nulla, e tutte le convinzioni e l’ottimismo che lo avevano animato fino a quel momento sembravano essere svanite o valere meno di zero.
Cercò negli occhi dei kowan attorno a lui delle risposte o delle conferme, ma gli sembrò di sembrò di essere solamente circondato da altrettanta incertezza.
«Kyojuro…»
La voce di Akaza riuscì in qualche modo a distrarlo, riportandolo alla realtà. Rengoku guardò la sua anima gemella senza nascondere il suo nervosismo poi, di nuovo, guardò gli altri due gruppi familiari.
Trattenne il respiro mentre un’idea folle si faceva avanti nella sua testa.
«So… so che non ho alcun diritto di chiedervi una cosa simile,» esordì infatti, sentendo la sua stessa voce tremare un po’ per l’assurdità della sua richiesta ma anche per la crescente tensione. «Ma vi chiedo di aiutarmi a… proteggere il villaggio. »
Era una supplica che sarebbe sicuramente rimasta inascoltata, e Rengoku si chiese anche con quale coraggio fosse riuscito a pronunciare quelle parole che potevano suonare tanto egoiste quanto folli.
Nessuno dei kowan aveva legami con Shiozaki né con gli esseri umani. Inoltre c’erano kowan come Douma che avevano ogni diritto di rifiutarsi di approcciarsi ancora agli umani.
Eppure Kyojuro sentiva di avere bisogno di una mano, e di voler dare una possibilità alla sua gente perché sapeva che da solo non sarebbe mai riuscito nella sua impresa.
Shiozaki non era un luogo perfetto. Era pieno di pregiudizi e problemi di varia natura, ma Rengoku conosceva personalmente ogni singola anima del villaggio di pescatori.
Conosceva le famiglie e le loro storie, era cresciuto con loro ed erano brave persone , che non avevano mai avuto l’occasione di mostrare cattiveria o malizia.
Temevano le sirene a causa dei racconti, ed era ovvio che volessero difendere Shiozaki e la gente che vi abitava dal pericolo - soprattutto dopo i lutti degli ultimi giorni. Lui stesso in un’altra situazione si sarebbe sicuramente trovato su una di quelle barche, magari armato di reti e arpioni, per liberare il tratto di mare che per poco non gli aveva portato via la sua famiglia.
«Come? Perché dovremmo?» reagì infatti Gyutaro, innervosito da quella semplice richiesta. «Andare contro gli idazan mentre recuperavi l’occhio poteva anche essere accettabile, ma questo? »
«Recuperare l’occhio?» domandò sorpresa Shinobu, spiazzata da quell’affermazione che ovviamente suonava nuova alle sue orecchie.
«Sembra che questo qui sia stato scelto dal Dormiente per recuperare l’occhio rubato,» rispose Gyutaro. Si era messo sulla difensiva e la sua voce aveva assunto anche una connotazione ironica e quasi di disgusto.
Solo il giorno prima Gyutaro aveva accettato di affiancarlo nella sua missione, credendo a quanto gli era stato raccontato riguardo il Dormiente e Kyojuro, ma in quel momento sembrava aver invece voluto fare un passo indietro, perché nessuno aveva parlato di aiutare gli esseri umani.
Agli occhi di Gyutaro e della sua famiglia, Kyojuro era stato scelto dal Dormiente ed anche se non era un vero kowan , avevano deciso di ignorare quel dettaglio per dare la precedenza alla questione degli idazan .
Rengoku avrebbe voluto argomentare la sua richiesta, parlare di ciò che aveva visto e sentito anche alle nuove kowan arrivate alla baia e, magari, anche provare a convincere Douma e la sua famiglia… ma come aveva detto: non aveva alcun diritto di chiedere loro quel tipo di aiuto .
Inoltre sentiva il tempo scorrere, e ogni secondo perso a parlare e discutere poteva costare la vita ad un innocente.
Kyojuro si voltò verso il tratto di mare che l’avrebbe condotto a Shiozaki, afferrando il coraggio con entrambe le mani e scegliendo la via che gli sembrava più giusta: sarebbe andato da solo dalla sua gente e li avrebbe aiutati.
Una mano stretta sul suo polso bloccò sul nascere il suo movimento, e Kyojuro riconobbe subito quella stretta come quella di Akaza. Aprì bocca, intenzionato a ricordargli che sarebbe andato con o senza di lui , ma la voce della sua anima gemella lo zittì.
« Noi siamo con te ,» dichiarò senza esitazioni, guardandolo risoluto. Lo stesso sguardo era presente negli occhi di Hakuji e Mitsuri.
«Dobbiamo riuscire ad allontanare gli idazan dagli umani, se attiriamo la loro attenzione avranno modo di mettersi in salvo e tu di recuperare l’occhio,» dichiarò Hakuji.
«Esattamente!» rincarò Mitsuri con i pugni stretti ed un’espressione decisa e coraggiosa.
«Siete impazziti,» sbottò Gyutaro, la sua mano si era stretta attorno al braccio di Ume. Era chiaro che il suo rifiuto fosse legato principalmente al bisogno di proteggere sua sorella.
«Temo che Gyutaro abbia ragione,» esordì ridacchiando falsamente Douma. «Anche se…»
« Anche se puoi andare a farti fottere, Douma! » tagliò corto Akaza per poi rivolgersi a Kyojuro. «Andiamo, non perdiamo tempo!»
Stavano ignorando gli altri kowan che avevano assistito a quella scena solo come comuni spettatori, e Rengoku si sarebbe voluto commuovere e avrebbe voluto ringraziarli a non finire per la fiducia che i tre stavano riponendo in lui, ma sapeva di non avere tempo.
Annuì e, concentrandosi su tutti gli insegnamenti di quegli ultimi due giorni, si immerse ed iniziò a nuotare più velocemente possibile verso il villaggio.
La velocità che i kowan riuscivano a raggiungere era notevolmente maggiore a quella delle barche e le correnti sottomarine erano sempre di grande aiuto in quegli spostamenti. Le due ore che Kyojuro avrebbe impiegato navigando con un’imbarcazione piccola, come quella che era solito utilizzare per pescare, si riducevano a nemmeno trenta minuti con la giusta velocità e corrente sottomarina.
Rengoku era ancora impacciato in alcuni movimenti, si sentiva teso ed anche spaventato, ma la sua concentrazione non intendeva vacillare.
L’incertezza minacciava di paralizzarlo. Sentiva lo stomaco sottosopra e l’ansia offuscargli i sensi, però Kyojuro non intendeva dare ascolto alle sue paure. Nemmeno il fatto che non avessero un vero e proprio piano doveva impensierirlo. Lui aveva la sua missione , e Akaza con i suoi fratelli avrebbero fatto il possibile per tenere lontani gli idazan dagli umani ed evitare quindi di alimentare non solo il risentimento ma anche la morte di altri innocenti.
Si fidava di loro, e doveva solo continuare a credere in se stesso.
Qualche attimo dopo però successe l’impensabile e vennero raggiunti anche da Douma, Kanae e gli altri.
Douma aveva in viso un sorriso folle , come se l’idea di lanciarsi in quella missione pericolosa lo facesse sentire vivo .
Kanae invece parlò con voce dolce in kowankuke , e pur non riuscendo ad afferrare tutte le sue parole, Kyojuro fu ugualmente in grado di comprendere le sue intenzioni: voleva riportare la pace, non solo in quel luogo, ma anche con gli umani.
Non tutti sembravano essere convinti, e chiaramente Kanae e la sua famiglia erano ancora all’oscuro del suo legame con il Dormiente , ma erano lì per aiutarli .
Quel pensiero, e il supporto che stava ricevendo per qualcosa di così pericoloso e assolutamente fuori di testa, aveva dell'incredibile, e Rengoku non aveva nemmeno le parole per descrivere la sua felicità e riconoscenza.
Riuscì solamente a mormorare un grazie e a spingersi, animato di nuovo coraggio, verso Shiozaki.
Stavano ancora nuotando - non mancava molto alla loro meta - quando Kyojuro però si sentì quasi trascinare verso il basso, attratto da una strana forza.
Il cuore gli balzò in gola e pur senza certezze capì di doversi separare dagli altri. Rallentò fino a fermarsi e anche i kowan lo imitarono.
Akaza lo guardò preoccupato e Rengoku, seppur nervoso, parlò con uno stentato kowankuke .
«Un jata ke[1]… »
Doveva andare . Spostò lo sguardo verso il basso, sul fondale marino che sembrava richiamarlo.
Akaza esitò, mostrandosi combattuto. I suoi pugni si strinsero poi, dopo qualche momento, li rilassò. Il kowan annuì, allungando le braccia per prendere il viso di Kyojuro tra le mani in un gesto ormai familiare. I suoi occhi erano espressivi e stupendi come sempre. Era preoccupato ma sicuro di sé, risoluto come Rengoku non l’aveva mai visto.
«To ujuwan[2],» mormorò Akaza per poi allontanare le mani e rivolgersi agli altri kowan , incoraggiandoli a riprendere a nuotare verso gli umani e gli idazan .
Kyojuro sapeva che Akaza sarebbe voluto andare con lui, che avrebbe preferito proteggerlo… ma al tempo stesso la sua anima gemella era anche a conoscenza di quanto Shiozaki e la sua gente fossero importanti per Rengoku.
Si stavano separando a malincuore, ma dall'altra parte Kyojuro sentiva anche di dover compiere quella missione da solo.
Chiuse gli occhi poi con un netto movimento della coda, si spinse verso il basso, seguendo quel richiamo che lo stava trascinando verso il fondale.
Rengoku continuò a scendere tenendo gli occhi e i sensi bene attenti a tutto quello che lo circondava. Infatti notò subito di essere non solo seguito, ma anche circondato .
Degli idazan avevano iniziato a danzare attorno a lui. Sentiva mugugni sorpresi, confusi, ma non stavano tentando di attaccarlo. Continuavano solamente a nuotare attorno a lui, con le loro forme cadaveriche.
“Ti riconosceranno,” aveva detto la voce, e Rengoku pensò stupidamente che gli idazan lo stessero riconoscendo come il Dormiente .
Non sapeva quanto il suo aspetto potesse essere contrapposto a quello del primo kowan perché non si sentiva somigliante alla statua, eppure gli sembrava ugualmente di possedere qualcosa in grado di placare quelle creature rancorose.
Strinse le labbra in una smorfia, ritrovandosi a considerare ciò che per secoli quelle creature avevano fatto, seppur con violenza.
Gli idazan avevano protetto l’occhio rubato, e per altrettanto tempo avevano covato odio verso chi pensavano lì avesse traditi. Non avevano avuto pace nella loro ingiusta morte, ed era davvero triste .
“Presto finirà tutto, ” si disse Kyojuro, rivolgendosi quelle parole verso gli idazan . “Presto sarete liberi.”
Rengoku continuò ad avanzare, ignorando le creature che nuotavano attorno a lui, e presto riconobbe l’immensa spaccatura nel terreno dove gli idazan gli avevano strappato l’occhio: era ufficialmente entrato nel loro territorio .
La vista della spaccatura, comunque, portò Kyojuro a ripensare ai suoi sogni e a quello che aveva notato quando si era trovato in quell’esatto luogo la prima volta.
Aveva visto una luce scarlatta, la stessa luce che aveva visto nei suoi sogni.
“Devo scendere,” si incoraggiò e, senza fermarsi, continuò a far ondeggiare la coda per spingersi sempre più in basso, superando il bordo della frattura nel terreno e andando ancora oltre.
Gli idazan che l’avevano seguito fino a quel momento si diradarono non appena lui scelse di scendere più in profondità, come se non potessero avvicinarsi a quel luogo.
Ormai solo, Kyojuro continuò la sua immersione. La luce stava diminuendo, ma i suoi occhi da kowan si stavano facilmente adattando anche a quell’ambiente, permettendogli di scorgere da lontano quelli che sembravano essere dei resti di una nave.
Esitò per un momento, colto da un improvviso brivido di freddo, ma riprese subito a muoversi.
Quando raggiunse il fondo, Rengoku osservò con attenzione la carcassa della nave.
Era grande, ed era stata inglobata dalla natura marina, facendo sembrare quella che un tempo era un’imbarcazione imponente e forte, più simile ad un mostro marino.
Alcune parti erano spaccate, ed erano presenti alcune aperture nello scafo. Delle vele rimanevano solo alcuni spettrali brandelli e degli alberi che un tempo sostenevano quei drappi ne restava solo uno.
Kyojuro nuotò attorno all’imbarcazione. Quel luogo era silenzioso e sembrava all’apparenza privo di pericoli, ma il suo istinto gli stava suggerendo di non abbassare la guardia. Si spostò verso una delle aperture che aveva individuato nello scafo, ma ancor prima di poter attraversare quel buco tra il legno marcio e ricoperto di alghe, un brivido e una dolorosa fitta alla testa che sembrarono volerlo avvisare di un pericolo imminente.
Infatti, fu solo per quella sensazione che Rengoku riuscì a schivare degli artigli diretti sul suo viso.
Nuotò all’indietro, pronto di nuovo a difendersi. Portò gli occhi sull’apertura nello scafo e lì vide emergere, lento e minaccioso, un idazan . Il suo aspetto sembrava ancor più rovinato se messo a confronto con quello degli altri idazan .
La parte sinistra del viso sembrava essersi squagliata, mostrando le ossa e un grande bulbo oculare rosso. Quella destra, invece, era pallida e scavata, con l’occhio bianco latte come se fosse cieco.
Anche il resto del corpo dell’ idazan mostrava le stesse identiche caratteristiche. Lo scheletro sulla parte sinistra era ben visibile, con piccoli brandelli di pelle che si tenevano uniti gli uni agli altri ed altri che invece sembrano essersi completamente fusi alle ossa sottostanti.
Nonostante l’aspetto decrepito e sfigurato, l’ idazan sembrava ugualmente in grado di muoversi e la sua velocità non sembrava poi così diversa dai suoi simili .
Kyojuro resto comunque sulla difensiva, seguendo l’istinto.
Al di là dell’aspetto terrificante, qualcosa anche nella sua presenza - e nel fatto che lo avesse attaccato - comunicava a Rengoku quanto quell’essere fosse diverso dagli altri della sua specie.
Kyojuro non era a conoscenza della presenza dell’esistenza di un capo degli idazan , ma sembrava comunque ricoprire un ruolo di potere visto che nessun’altro si era inoltrato fin lì.
L’ idazan lo studiò per qualche momento poi, con metà del volto stravolto in un’espressione di rabbia e dolore, si lanciò di nuovo contro di lui con gli artigli tesi verso il suo viso. Rengoku non si lasciò cogliere impreparato e schivò l’attacco, ma l’ idazan fu ugualmente più veloce di lui e quindi in grado di far affondare le sue unghie affilate nella spalla di Kyojuro, strappandogli un gemito.
Rengoku dimenò braccia e coda, forse in modo poco efficace e sconclusionato, riuscendo a divincolarsi e a colpire l’ idazan , facendolo allontanare da lui.
Il suo istinto gli suggeriva di combattere e di difendersi da quegli attacchi, ma al tempo stesso Kyojuro aveva il bisogno di capire .
Sentiva di nuovo le stesse sensazioni di qualche tempo prima. Gli sembrava di avere delle risposte ma di non riuscire ad accettarle e, quindi, realizzarle.
Inoltre, la testa gli doleva sempre di più anche se era un fastidio sopportabile.
“Chi sei?” chiese disperatamente nella sua mente, schivando ancora l’ennesimo attacco.
«Jante… jante to man[3]?» pronunciò poi ad alta voce, cercando di instaurare un dialogo e comprendere l’identità di quella creatura che sembrava piena di risentimento e ira.
Non ottenne risposta se non l’ennesimo tentativo di strappargli dal viso l’occhio - gli artigli dell’ idazan miravano sempre al suo volto.
I suoi attacchi erano comunque sconclusionati, si rese conto Kyojuro al punto che lui stesso - che non si trovava ancora pienamente a suo agio in quel corpo - stava riuscendo ad evitare danni ingenti. Veniva graffiato e colpito, ma in qualche modo Rengoku riusciva sempre a guadagnare distanza e a ricomporsi per difendersi.
Un urlo stridulo, frustrato, lasciò la bocca sfregiata dell’ idazan e Kyojuro, nei suoi movimenti, riconobbe qualcosa di diverso che fino a qualche momento prima non aveva notato.
Pur essendo degli attacchi disperati e sconclusionati, l’ idazan non lo stava semplicemente attaccando ma stava difendendo la nave.
Quella creatura, infatti, cercava sempre di mettersi tra Rengoku e l’imbarcazione, anche se Kyojuro non stava cercando di raggiungerla.
La sua difesa era sempre più disperata e violenta, frustrata per non essere ancora riuscito a colpire quello che doveva essere un invasore per lui.
Era chiaro che lì all’interno fosse ancora custodito l’occhio e che quell’ idazan fosse lì per proteggerlo, ma quello non cambiava la realtà: quella creatura era diversa da tutti gli altri .
E per quanto Kyojuro volesse ancora cercare di parlare e capire quale era il pezzo di quel mosaico che gli mancava, non sapeva come farsi comprendere… o come farsi ascoltare .
Il dolore alla testa stava aumentando, catalizzato direttamente nell’occhio che gli aveva dato il Dormiente.
Evitò l’ennesimo attacco e provò, forse per cambiare l’equilibrio di quella battaglia nella quale lui stava solamente difendendo, di spingersi verso la nave con la sola intenzione di recuperare l’occhio del Dormiente.
Era un gesto disperato, animato dal solo bisogno di mettere la parola fine sia a quello scontro che a tutto il resto.
Un altro urlo stridulo e disperato si levò dalla bocca distorta dell’ idazan e Kyojuro, pur di schivare il suo attacco, si ritrovò a sbattere contro il legno della nave che si spezzò contro i suo peso.
La carcassa dell’imbarcazione tremò e un pezzo di quello che rimaneva dell’albero maestro si piegò cadendo su delle rocce.
Rengoku rimase per un momento stordito da quella botta e quello bastò all’ idazan per artigliargli le palle e urlargli contro un: «GUWA[4]!»
Da quella posizione, Kyojuro poté vedere con crescente orrore il reale stato di quel corpo e comprese, senza rendersene conto, che quel kowan si fosse trovato molto vicino all’esplosione causata dall’occhio del Dormiente.
Doveva essere stato investito in pieno dal risentimento e dall’odio della battaglia che si era consumata tra i pirati e i suoi simili.
Erano ipotesi, ma Rengoku sapeva dentro di sé di aver scoperto parte della verità e di essere ancora più vicino alla risoluzione.
Si ribellò, e con un colpo di coda riuscì ad allontanare l’ idazan dal suo corpo, mentre nella sua mente iniziarono ad affollarsi informazioni provenienti da chissà dove. Memorie che, forse, nemmeno gli appartenevano.
Infatti trovò facile comprendere che l’ idazan che si stava battendo contro di lui non era altro che il kowan tradito dagli umani. Quello venduto ai pirati, e che era scomparso, senza lasciare più traccia di sé.
Quel kowan - non gli sembrava nemmeno corretto continuare a definirlo idazan - era rimasto lì, per tutti quei secoli, a difendere l’occhio del Dormiente. Divorato dal senso di colpa e dall’odio verso gli esseri umani e, forse, verso anche la sua anima gemella.
Era chiaramente diverso dagli altri idazan , forse perché era l’unico a possedere un altro pezzo di verità… ma non per questo libero.
Gli tornarono in mente le parole di Mitsuri e Hakuji, quando lo avevano paragonato prima al Dormiente e poi a quel kowan , e non poté non rendersi conto che avevano avuto ragione. Le loro non erano semplici supposizioni e da quella realizzazione Kyojuro si sentì immensamente vicino a trovare tutte le altre risposte agli innumerevoli quesiti di quell’ultimo mese.
La natura del Dormiente era ancora un mistero, ed era possibile che in un modo o nell’altro sarebbe stato in grado di risolvere la situazione con gli idazan … ma non l’aveva fatto volutamente.
Intervenire non sarebbe servito a sanare la spaccatura che si era creata quando gli umani avevano tradito il kowan . Per curare quella ferita, che da troppo tempo era aperta, serviva un umano.
Serviva Kyojuro .
Rengoku non solo aveva trovato la sua anima gemella, ma ancor prima aveva creato un’apertura tra le loro razze accettando di aiutare Mitsuri senza chiedere nulla in cambio.
Il Dormiente aveva visto in lui e nel suo legame con Akaza un mezzo per raggiungere la pace. Gli aveva donato l’aspetto di un kowan proprio come aveva fatto con la sua amata e la capacità di raggiungere, infine, quel luogo.
Kyojuro si sentiva sopraffatto dai suoi pensieri e da come tutto sembrasse così immensamente semplice . Trovava ancora assurda l’importanza che aveva ottenuto senza volerlo, ma dall’altra parte era anche certo che non ci fosse nessun’altra spiegazione.
E alla fine, Rengoku si rese anche conto che il suo compito era molto più importante e grande di quello che credeva. Non si trattava solamente di riportare l’occhio al Dormiente e di liberare gli idazan , ma doveva anche aiutare quel kowan a ritrovare la pace, e diventare l’ anello che avrebbe congiunto quelle due razze che per troppo tempo erano rimaste separate.
Il peso gravava sulle sue spalle, ma Kyojuro non lo sentì così gravoso come pensava. Si stava sentendo sempre più sicuro di sé, come se l’aver raggiunto finalmente la totale consapevolezza del suo ruolo gli avesse anche donato una nuova risoluzione e forza.
Il dolore che fino a quel momento era rimasto stabile nella sua testa sembrò finalmente placarsi e con esso anche gli attacchi del kowan che, disperato, aveva continuato a proteggere la nave.
Era rimasto bloccato, la mano destra tesa verso Kyojuro, come se finalmente anche lui avesse visto in Rengoku il Dormiente così come tutti gli altri.
Lo stupore lasciò presto lo spazio alla paura. Il corpo martoriato del kowan aveva iniziato a tremare, agitato, e Kyojuro aveva deciso di farsi avanti.
Dalla sua bocca uscirono delle parole in kowankuke che nemmeno sapeva di conoscere ma alle quali credeva fermamente: «Sei libero. Non hai alcuna colpa.»
Il kowan continuò a tremare, scosso da muti singhiozzi e da un pianto che non avrebbe mai potuto esprimere sott’acqua.
Lo stava liberando ed era bastata una semplice frase, una rassicurazione, per sollevarlo da quel peso secolare.
Kyojuro, incerto su come comportarsi, cercò di spostarsi e di andare verso la nave e portare a termine il suo compito, ma le dita del kowan si strinse sul suo polso, bloccandolo.
Non era stato violento né Rengoku aveva sentito il pericolo avvicinarsi, al punto che gli aveva permesso senza volerlo di affiancarlo in quel modo.
Il kowan si era portato una mano al volto sfigurato, estraendo lo strano occhio scarlatto dal suo scheletro.
Era l’occhio del Dormiente .
Kyojuro lo prese in mano e, si sorprese nel vedere quella piccola sfera mutare lentamente il suo colore dal rosso all’azzurro. Lo stesso azzurro che Rengoku aveva visto nei suoi sogni.
Le sue labbra si piegarono in un sorriso e il senso di vittoria lo fece quasi tremare, ma il kowan riuscì a sorprenderlo ancora.
Era entrato rapidamente nella nave per poi uscire di nuovo con entrambe le mani strette al petto.
Si fermò davanti a Rengoku, il suo corpo martoriato tremava. Stesse le braccia, aprendo le mani per mostrare una sfera più piccola macchiata con lo rosso che aveva corrotto anche l’occhio.
“Il cuore…” pensò senza rendersene conto.
Aveva sempre visto nei suoi sogni quella sfera più piccola ma non le aveva mai dato peso fino a quel momento, forse anche perché nei racconti che aveva sentito nessuno aveva mai parlato del furto di un secondo gioiello.
Era stato il Dormiente, secondo i kowan , ad essere stato derubato… ma la sua statua, nel sogno di Kyojuro, piangeva lacrime di sangue che cadevano sul petto della sua amata. Piangeva per il cuore che era stato strappato via e dimenticato.
Strinse il Cuore nella mano, portandolo al petto come per cullarlo e rassicurarlo.
“Devi riportaci a casa,” gli aveva detto il Dormiente e, finalmente, Rengoku poteva dire di aver compreso del tutto quella frase.
Sorrise e rivolse la stessa espressione grata anche al kowan che, ricambiando seppur debolmente con il suo volto sfigurato, iniziò a svanire, lasciando dietro si sé solo una leggera polvere che si disintegrò del tutto mentre saliva verso la superficie.
Kyojuro rimase fermo per un breve momento poi, tenendo saldamente tra le mani il Cuore e l’ Occhio , iniziò a nuotare verso la superficie.
Superò il bordo della frattura nel terreno nel quale si era immerso e non scorse nemmeno lì la presenza degli idazan .
“È quasi finito,” si disse continuando a nuotare alla ricerca di una corrente che l’avrebbe portato verso la baia.
Solo qualche istante dopo le voci di Akaza e degli altri kowan lo raggiunsero e lo costrinsero a fermarsi.
I loro corpi mostravano alcune ferite, ma nulla di grave, e Kyojuro non poté non sorridere lieto e felice.
Le abbraccia di Akaza si strinsero subito attorno a lui, e Rengoku sentì chiaramente la tensione abbandonare il corpo della sua anima gemella.
«Idazan to kujuzo[5]!» esclamò Hakuji, anche gli altri kowan iniziarono subito a parlare. Forse cercando di raccontare quanto era accaduto e di come avessero visto gli idazan scomparire, ma Kyojuro non riuscì a prestare loro attenzione.
Infatti, rivolse lo sguardo verso la direzione che stava percorrendo.
«Un jata ke si mo Moju[6], » pronunciò con sicurezza per poi riprendere a nuotare, seguito subito da Akaza e dagli altri.
Avevano tutti bisogno di spiegazioni, ma Rengoku non voleva far attendere oltre il Dormiente.
Percorsero la distanza che li separava dalla Baia rapidamente e Kyojuro non esitò nell’insinuarsi nella grotta sottomarina che ospitava la statua dei due amanti addormentati.
I kowan lo seguirono senza parlare come se anche per loro quel momento avesse un significato quasi religioso.
Rengoku si approcciò alla statua e, con delicatezza e rispetto, posò prima l’ Occhio sul volto del Dormiente e infine il Cuore tra le mani della sua amata.
Non appena si allontanò un poco dalle statue si sentì avvolgere da un piacevole calore, pregno di gratitudine, e una voce gli parlò con dolcezza all’orecchio.
“Ti ringraziamo,” sussurrò la voce maschile, profonda ma tenera come una carezza.
Gli sembrò anche di sentire delle mani sfiorargli il volto. Delle dita esili si posarono sulle sue guance, in un gesto d’affetto che Kyojuro aveva imparato a conoscere soprattutto da Akaza e che, probabilmente, era tipico dei kowan.
“Unisci i nostri popoli, troppo a lungo siamo rimasti separati,” una nuova voce si aggiunse. Era femminile, delicata e gentile.
Kyojuro annuì senza pensarci due volte e, così come era arrivato, quel calore si dissipò lentamente, lasciando dietro di sé solo un lieve ma piacevole ricordo.
Si voltò verso i kowan che erano rimasti alle sue spalle e sorrise.
Era tutto finito .
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Alla fine, per parlare in modo più agevole per Kyojuro, erano risaliti tutti in superficie.
Come già Rengoku aveva constatato, nessuno dei kowan aveva subito ferite gravi e lui stesso, nonostante gli innumerevoli graffi sulle braccia e sul petto, si sentiva benissimo . Pieno di energie.
Ad ogni caso, per quanto Kyojuro volesse sapere sin da subito come era andata con gli esseri umani e gli idazan , si sentì sin da subito costretto non solo a spiegare l’intera situazione a Kanae e alla sua famiglia, ma anche a raccontare ciò che era accaduto quando si erano separati.
Non si rivelò un compito semplice, soprattutto quando dovette cercare di spiegare le sensazioni che aveva provato e come era arrivato a comprendere quello che doveva fare. E solo con la mente più lucida, sfiorandosi l’occhio sinistro con la punta delle dita, riuscì a pronunciare un semplice: «È stato il Dormiente a guidarmi.»
Non esisteva altra spiegazione d’altro canto.
«E la seconda pietra?» gli chiese alla fine Mitsuri, cercando ulteriori risposte. «Quella che hai dato all’amata del Dormiente!»
Kyojuro continuò a sentire su di sé le attenzioni indiscusse di tutti i kowan . Akaza, soprattutto, sembrava non volersi nemmeno allontanare da lui e gli stava stringendo la mano sott’acqua come per timore di vederlo andare via e Rengoku non poté evitare di sentirsi a sua volta sicuro grazie alla sua vicinanza. Quelle erano state delle ore davvero intense per tutti.
«Era il Cuore dell’amata del Dormiente,» rispose con semplicità.
«Non ne abbiamo mai sentito parlare…» commentò Shinobu, scambiandosi uno sguardo con Kanae.
«Nemmeno noi,» confermò Hakuji, trovando poi conferma anche nei visi di Gyutaro e Ume.
Rengoku annuì.
«Non sono un esperto delle vostre leggende o racconti, di conseguenza non ne ero nemmeno io a conoscenza,» rispose. «Ma immagino fosse nascosto tra le sue mani e… che sia stato questo a generare tutto quel risentimento e l’odio che ha creato gli idazan .»
«Come?» domandò Shinobu.
«È solo una supposizione,» mise subito le mani avanti Kyojuro, anche se si sentiva molto sicuro delle sue idee. «Il Dormiente, probabilmente, avrebbe anche sopportato il furto del suo occhio, ma non il cuore dell’amata. Quello per lui era un affronto troppo grande . E il suo dolore si è mischiato a quello del kowan tradito dagli esseri umani. Uno aveva perso il cuore della sua anima gemella, l’altro temeva di non averlo mai posseduto a causa del tradimento. Il rancore, la paura e i sensi di colpa sono cresciuti e… alla fine è successo quello che narrano le leggende.»
Calò per un momento il silenzio.
Gyutaro sembrò voler commentare e dalla sua faccia disgustata sembrava non voler credere minimamente a quella storia, ma sembrò optare per tenere per sé le sue considerazioni.
«Invece… cosa è successo con gli esseri umani?» domandò a quel punto Rengoku, approfittando del momento di quiete per ottenere a sua volta delle risposte.
«Quando ci siamo separati abbiamo subito visto un gruppo di idazan trascinare un uomo dentro l’acqua e siamo intervenuti per liberarlo,» iniziò prontamente Akaza, con ancora le dita intrecciate su quelle di Kyojuro. «Stavano combattendo con degli arpioni e cercavano di usare delle reti per catturare gli idazan … e ci stavano anche riuscendo.»
«Ma non avevano fatto i conti con le voci degli idazan ,» aggiunse Hakuji.
«Voci?» ripeté Kyojuro. «Tipo il canto ? Mitsuri mi aveva detto che hanno voci particolari…»
«Sì. Quando iniziano ad urlare possono facilmente assordare e confondere gli umani,» confermò Shinobu. «Noi kowan avvertiamo le loro urla come un fastidio, ma per gli umani può essere fatale.»
«Quindi non abbiamo fatto altro che afferrare le reti dove avevano catturato gli idazan urlanti e riportarle sott’acqua,» aggiunse Douma. «Erano prigionieri delle reti. Non potevano muoversi né liberarsi. Che peccato, vero? »
Il linguaggio del corpo di Douma continuava ad essere contraddittorio, ma Rengoku spostò subito lo sguardo su Hakuji quando questo riprese a parlare.
«Gli umani erano spaventati da noi, ma credo che qualcuno abbia compreso che non eravamo come gli idazan e che li stavamo proteggendo,» spiegò. «Non tutti, ma la maggior parte sì.»
«Abbiamo detto loro di tornare sulla terraferma e che tu avresti pensato a tutto,» dichiarò Mitsuri.
«Io?» Kyojuro tremò. «Avete… fatto il mio nome?»
Non aveva pensato a quell’eventualità. Non che Mitsuri avesse sbagliato ma in quell’istante non poté non pensare al fatto che in quel momento tutti a Shiozaki sapessero del suo legame con i kowan .
Ovviamente Rengoku non se ne vergognava né voleva nasconderlo in realtà… ma come poteva affrontarlo? Alla fine non aveva riottenuto le sue gambe - come avevano scioccamente ipotizzato qualche giorno prima -, era ancora un kowan .
In quelle condizioni non sarebbe mai potuto tornare a Shiozaki né dalla sua famiglia.
Il suo sacrificio era servito a salvare tutti ed era più che felice di averlo fatto, ma in quell’istante faceva male tanto quanto - se non di più - la prima volta che aveva realizzato di dover abbandonare i suoi cari.
«Kyojuro…» mormorò Mitsuri, forse rendendosi conto della situazione nella quale l’aveva messo inconsciamente.
Rengoku si riscosse e provò a sorriderle, cercando di mascherare i suoi sentimenti - Akaza aveva iniziato ad accarezzargli con il pollice la mano compiendo lenti e rilassanti movimenti circolari.
«Quindi? Cosa è successo poi?» domandò.
I kowan rimasero momentaneamente in silenzio e fu Kanae a riprendere la parola.
«Il tuo nome li ha rassicurati,» gli disse con tono gentile. «Non sembravano sicuri di volersi allontanare e qualcuno ha anche gridato che non poteva lasciare a te tutto il divertimento. Ammetto che è stato un po’ strano.»
Kyojuro, seppur ancora preoccupato, si permise una breve risata.
«Immagino sia stato Tengen, è uno dei miei più cari amici…»
«Ad ogni modo, a quel punto gli idazan si sono bloccati,» riprese a parlare Mitsuri.
«Esatto,» confermò Ume. «Avevano delle facce stupide e sorprese.»
«Poi sono scomparsi,» concluse senza troppi giri di parole Shinobu.
«Esattamente come ci hai raccontato tu: sono diventati polvere che è alla fine è scomparsa,» riassunse Hakuji, e Rengoku annuì.
«Poi cosa avete fatto?» chiese.
«Abbiamo lasciato gli umani e siamo venuti subito a nuoto da te,» rispose Akaza. «Erano in salvo no? Ma non sapevo nulla di come stavi tu.»
Il tono seccato nascondeva a malapena la sua preoccupazione e Kyojuro gli strinse un po’ più forte la mano.
«Sto bene. Stiamo tutti bene. Questo è quello che importa,» dichiarò anche se sentiva di non provare un sollievo totale.
Era felice e rassicurato da come si era evoluta e infine conclusa la situazione, ma c’era sempre quell’ombra cupa che insinuava nella sua mente quel pizzico di negatività che bastava per farlo sentire fuori luogo e triste.
«Stanno arrivando degli umani!» l’esclamazione di Aoi spezzò quel momento e, anche senza volerlo, i kowan si allarmarono non poco quando non lontana videro un’imbarcazione.
Si immersero subito per nascondersi, forse per istinto, ma Kyojuro rimase in superficie perché avrebbe riconosciuto l’imbarcazione di Uzui tra mille: era l’unico che si era creato una sorta di vessillo . Una bandiera dai colori sgargianti che aveva cucito lui stesso insieme alle sue compagne.
Gli venne da sorridere davanti a quella vista così familiare, ma al tempo stesso sentì anche un vuoto crescergli dentro.
Akaza riemerse accanto a lui, forse si era reso conto di quanto fosse sciocco nascondersi visto che gli umani erano già a conoscenza della loro presenza. Anche gli altri lo affiancarono presto e, pur non sembrando totalmente convinti, rimasero in superfice. Rengoku li guardò uno per uno per poi arrestare lo sguardo sulla sua anima gemella, mostrandosi incapace di nascondere tutto il suo disagio e l’incertezza.
«Kyojuro… cosa vuoi fare?» gli chiese Akaza, allungando le mani per accarezzargli il volto. Rengoku prese un lungo respiro e i suoi occhi corsero di nuovo verso l’imbarcazione. Tengen li aveva sicuramente già avvistati e non voleva fuggire, anche se non sapeva come avrebbe potuto affrontare il suo migliore amico né il resto di Shiozaki.
«Non lo so, ma…»
«Ma non sei un tipo che scappa, vero?» concluse per lui Akaza, e Rengoku annuì piegando le labbra in un piccolo e timido sorriso.
«Deve sapere la verità… almeno avrò qualcuno che rassicurerà la mia famiglia,» aggiunse poi.
«Vuoi che venga con te?» chiese Akaza.
Kyojuro esitò sentiva di avere bisogno di supporto ma al tempo stesso era qualcosa che sapeva di dover fare da solo.
«No, va tutto bene,» guardò tutti gli altri kowan . «Andrò da solo.»
Akaza annuì con un leggero broncio.
«Andrà tutto bene! Non preoccuparti Kyojuro!» esclamò Mitsuri, afferrando la mano di Rengoku per stringerla con forza.
Kyojuro la ringraziò con lo sguardo poi, voltandosi di nuovo verso la barca che si stava lentamente approcciando alla baia, si diede la spinta per nuotare.
I kowan , come promesso, non lo seguirono e Rengoku concentrò tutte le sue attenzioni sull'imbarcazione e sui suoi occupanti. Era ovviamente impossibile non notare Tengen, ma forse per la prima volta in tutta la sua vita, Kyojuro si ritrovò ad ignorare il suo vistoso migliore amico in favore delle altre due persone presenti sulla barca: suo padre e suo fratello.
Trattenne il respiro, e tutto il timore e l'insicurezza che Kyojuro aveva provato fino a quel momento sembrarono sparire dietro la crescente preoccupazione.
Nuotò fino a ridurre le distanze tra sé e la barca, e senza nascondere l'ansia cercò di capire quali fossero le loro condizioni e perché si trovassero lì.
«Che succede? Perché siete qui?» li interrogò subito. «Dovevate rimanere a riposo!»
Shinjuro sbuffò e Senjuro regalò al fratello un sorriso timido.
« Ben ritrovato anche a te, Rengoku! Hanno insistito per venire a cercarti quando sono andato da loro a dire che cosa era successo in mare!» esclamò Tengen, per poi lasciarsi scappare un’esclamazione di stupore. «Che cazzo… che cosa hai fatto all'occhio?!»
Kyojuro non si sentiva realmente in vena di rispondere a quella domanda, era più in ansia per la sua famiglia.
«Non è importante,» tagliò corto anche se sapeva benissimo che l'occhio dalle sfumature blu doveva essere davvero strano per chi lo conosceva da una vita. «Dovtreste essere a casa…»
«Sta zitto, Kyojuro!» sbottò Senjuro, e Rengoku si ritrovò con le labbra sigillate. «Tua madre ci ha detto tutto.»
Bastarono quelle poche parole per far girare la testa a Kyojuro.
«Prima ti danno per morto. Torni sano e salvo, e poi sparisci di nuovo per giorni,» iniziò Shinjuro con tono serio. «Ti rendi conto di quanto eravamo preoccupati?»
Rengoku deglutì, erano anni che suo padre non lo rimproverava e sentiva il crescente bisogno di sprofondare .
«Mi… mi dispiace…» riuscì a mormorare tenendo il capo basso.
«Chichi-ue… » mormorò Senjuro, quasi divertito. Shinjuro sbuffò di nuovo.
«Al villaggio è giunta che tu hai fatto qualcosa per liberarci dalle sirene , e tua madre ci ha raccontato tutto. Ha detto che dobbiamo essere fieri di te, » continuò l’uomo, aggiungendo poi con difficoltà: «Come se non lo fossi già.»
Quella semplice frase fece sobbalzare Kyojuro, costringendolo ad alzare lo sguardo verso suo padre senza nascondere la sua sorpresa.
Shinjuro lo stava guardando con un’espressione cupa nel tentativo di nascondere l’imbarazzo, ma nei suoi occhi c’era chiaro e incontrovertibile l’orgoglio . Suo padre non era solito fargli complimenti né era mai stata una persona in grado di esprimere apertamente i suoi sentimenti, e quello Kyojuro lo sapeva fin troppo bene.
Rimase infatti senza fiato, incapace di rispondere o anche solo mettere in fila delle parole per formare una frase di senso compiuto.
Fu per fortuna Senjuro a spezzare quel momento di imbarazzo.
«Haha-ue ci ha detto che ti avremmo trovato qui! Hai tantissimo da raccontarci, Ani-ue! »
Il sorriso genuino e felice del ragazzino venne seguito subito dalla risata di Tengen che, dando una poderosa pacca sulla spalla di Senjuro, riuscì a cancellare del tutto la tensione.
« Oh sì! Quindi… che cosa è successo? L’occhio? E dove sono le sirene? Ormai sappiamo che ci sono, è inutile che restino nascoste, no?» iniziò Uzui, subissando Kyojuro di domande, sporgendosi poi verso di lui per tendergli la mano.
Rengoku la afferrò istintivamente, forse più per istinto che per un reale bisogno, comprendendo l’errore solo dopo essersi sentito tirare fuori dall’acqua dalla forte presa di Tengen.
Si irrigidì e sentì subito i tre passeggeri della barca trattenere il respiro.
«Che cosa…» la voce di Uzui si mozzò, e Kyojuro non riuscì a trovare le parole adatte per alleggerire la tensione che si era sin da subito creata.
«Dove lo state portando?!»
La voce rabbiosa e acuta di Akaza li strappò e li riportò alla realtà, e Rengoku si rivolse verso il kowan che, come c’era da aspettarsi, era rimasto lì nei paraggi per assicurarsi che tutto andasse per i meglio.
«Akaza, tranquillo…» lo riprese subito cercando di rassicurarlo.
«Oh! Tu! Ti conosco!» dichiarò invece Senjuro con tono sorpreso. «Sei quello che mi ha salvato! Credevo… credevo di averti sognato!»
«Cosa?» esclamarono quasi all’unisono Akaza e Shinjuro, entrambi confusi, e per quanto quella situazione fosse carica di tensione, Kyojuro non poté trovarla quasi comica .
Anche Tengen sembrò pensarla come Rengoku, infatti scoppiò ancora a ridere.
«La coda ti dona,» commentò. «Parecchio appariscente devo dire, un po’ come il tuo nuovo occhio. Ed è sicuramente un altro elemento da aggiungere all’elenco delle cose che devi spiegarci. »
Kyojuro abbassò le spalle, cercando di rilassarsi nonostante si sentisse ancora sull’orlo di un baratro.
«Sì, ho davvero tanto da raccontarvi…» ammise, attirando a sé la coda per sedersi un modo più o meno comodo sulla barca - la coda era un’enorme ingombro, soprattutto fuori dall’acqua.
Lanciò uno sguardo ad Akaza, che si era avvicinato il più possibile all’imbarcazione e cercò di sorridergli.
«Lui… è Akaza,» lo presentò. «Immagino che
Haha-ue
vi abbia detto che è la mia anima gemella…»
Shinjuro grugnì mentre Senjuro continuava a guardare il
kowan
con gli occhi sgranati, forse cercando di studiarne il viso e ricordare dettagli di quel giorno nel quale era stato salvato da Hakuji.
«Carino,» commentò Tengen che, tra tutti, sembrava quello che si stava adattando più rapidamente a quella situazione. Anzi, Rengoku era certo che il suo amico si stesse divertendo - era positivo, sotto un certo punto di vista, perché significava che Uzui non lo stava giudicando per l’aspetto o per quanto accaduto.
«Il kowan , la sirena intendo, che ti ha salvato la vita è il gemello di Akaza, Hakuji,» continuò Kyojuro, diretto a Senjuro.
Il ragazzino annuì, e Rengoku si rivolse allora ad Akaza.
«Loro sono mio padre e mio fratello, Shinjuro e Senjuro. Mentre lui,» indicò con un gesto del capo Uzui. «È uno dei miei più cari amici, Tengen.»
Akaza fece scorrere lo sguardo sui tre, facendo solo un gesto con il capo, per poi riversare le sue attenzioni su Kyojuro.
«Non stare troppo fuori dall’acqua,» gli disse, issandosi un poco sull’imbarcazione per gettare dell’acqua su Rengoku e mantenerlo idratato. «Se la coda si secca poi ti farà malissimo quando rientri dentro.»
Rengoku annuì, ringraziandolo con lo sguardo.
«Sì, d’accordo…» allungò la mano per sfiorargli il viso. «Sto bene, non preoccuparti,» aggiunse poi.
Akaza storse il naso ma accettò sia la carezza che le parole di Kyojuro.
«Mitsuri vuole… preparare il pranzo,» bofonchiò il kowan , lanciando un’occhiata anche agli altri, lasciando in sospeso la proposta della quale si era fatto portavoce e che Rengoku colse subito.
Era chiaro che Mitsuri stesse cercando di unire le famiglie , e le era grato per quel gesto, ma Kyojuro non sapeva nemmeno come sarebbe finita la loro discussione e non poteva prevedere se si sarebbero voluti fermare a mangiare del pesce o meno .
«Riferirò appena… appena finiamo di parlare,» rispose e Akaza, annuendo, gettò dell’altra acqua su di lui per poi immergersi di nuovo - Rengoku era certo che il kowan non si sarebbe allontanato tantissimo dall’imbarcazione.
Osservò per qualche momento l’acqua dove era scomparso Akaza, sentiva su di sé gli sguardi dei suoi cari e non sapeva esattamente come esordire né da dove iniziare a parlare.
«Come hai fatto a diventare… così? » gli chiese Shinjuro, riportando l’attenzione su quello che lui reputava probabilmente più importante delle presentazioni e della scena alla quale aveva assistito.
«Ecco… i kowan hanno un kami , per così dire. È stato lui a donarmi l’occhio e a trasformarmi,» spiegò, cercando di trovare le parole più adatte e semplici perché era già convinto che non sarebbe stato facile far capire quel processo di mutazione e l’esistenza di una divinità tra le sirene.
«Perché?» domandò ancora Shinjuro, era chiaro che stesse cercando in ogni modo di non dare di matto. Chiunque sarebbe impazzito nel vedere il proprio figlio trasformato in quel modo .
«Perché mi ha scelto per salvare non solo i kowan ma anche Shiozaki,» rispose Kyojuro, cercando poi di spiegare la differenza tra kowan e idazan , ponendo l’accento su quanto Akaza e la sua specie fosse per lo più pacifica e innocente se messa a confronto con gli attacchi compiuti dagli idazan .
Si sentiva sempre più nervoso ad ogni secondo in più che passava, e temeva la reazione dei suoi cari.
«Quindi è vero che sei stato tu a mandare le sirene ad aiutarci questa mattina!» esclamò Tengen. «Se non fosse stato per loro, molti di noi sarebbero morti!»
Quell’affermazione donò un po’ di sollievo a Rengoku.
«Non è stato facile per loro… ma gli idazan erano un problema comune. Erano pericolosi per noi tanto quanto per i kowan ,» spiegò. «Io invece ho compiuto la missione per la quale ero stato scelto ed ho riportato la pace .»
Per Kyojuro era ancora strano rendersi conto di aver avuto tra le mani quella responsabilità così grande.
«Quindi… non puoi tornare… umano? » domandò Senjuro incerto, e Rengoku abbassò il capo, puntando gli occhi sulla sua coda.
Ancora faticava a pensarla come una parte del suo corpo e si sorprendeva nel vederla muoversi al suo comando.
«Temo… temo di no, » rispose piano. «Pensavo di tornare normale, dopo aver compiuto la missione ma… non è successo.»
«E… e come farai a tornare a casa?» chiese ancora Senjuro, e il cuore di Kyojuro perse un battito.
«Non tornerò. Mi dispiace…» mormorò, iniziando a sentire un leggero fastidio alla coda. «Ma siete tutti al sicuro e… e va bene così…»
«Stronzate!»
La voce secca e adirata di Shinjuro lo bloccò facendolo sobbalzare. Gli occhi di tutti si puntarono sull’uomo.
«Non darai a tua madre questa preoccupazione e dolore!» proseguì. «Tornerai a casa, non importa come!»
Kyojuro non riuscì a controbattere. Non vedeva alcuna soluzione e quelle parole, non voleva nasconderlo, lo ferivano un po’. L’ultima cosa che voleva fare era far soffrire la sua famiglia, ma non sapeva come risolvere la situazione.
«Quello che Rengoku-san sta cercando di dire,» si intromise Tengen, con tono amichevole. «È che troveremo un modo per aiutarti, dato che questa tua condizione sembra essere permanente.»
«Non credo sia possibile,» rispose Kyojuro, grattandosi nervosamente la coda. Iniziava a sentirla secca e, probabilmente, l’avrebbe dovuta inumidire, ma lì per lì sentiva di poterlo sopportare.
«Troveremo una soluzione!» esclamò a sua volta Senjuro. «Ci hai salvati! I… i kowan ci hanno salvati! Non è giusto vivere separati… e… e il villaggio deve sapere la verità!»
Shinjuro annuì, sempre con in viso un’espressione corrucciata. Rengoku avrebbe voluto sentirsi rassicurato dalla comprensione e dal supporto che stava ricevendo… ma gli sembrava quasi di nuotare contro corrente.
Non vedeva una reale via di uscita. Poteva avvicinarsi al villaggio e sperare che venisse a crearsi un’alleanza tra i kowan e gli esseri umani, ma le loro vite erano e sarebbero rimaste separate. Anche se, ricordò, c’erano delle parole che gli avevano rivolto il Dormiente e la sua amata e che in quel momento sembravano quasi prendere senso.
“Riunisci i nostri popoli, ” avevano detto. Forse intendevano in quel modo? Lui doveva fare da tramite tra umani e kowan?
Gli sembrava una soluzione anche se non totalmente soddisfacente, ma se quello era l’unico modo per farlo vivere tra i due mondi , allora lo avrebbe accettato.
« Ani-ue… forse devi bagnarti la coda,» mormorò Senjuro, e Kyojuro sobbalzò. Aveva continuato a grattarsi nervosamente, al punto che le scaglie avevano iniziato a staccarsi senza che lui se ne rendesse conto.
«Oh… credo che tu abbia ragione,» commentò, smettendo di grattarsi. Sentiva ancora la coda strana , ma non sapeva come definire quella sensazione. Gli sembrava quasi di sentire i muscoli intorpiditi, come quando si sedeva troppo a lungo con le gambe incrociate.
Fece leva con le braccia per sollevarsi, puntellando la coda per riuscire ad avvicinarsi un po’ di più al bordo della barca e raccogliere dell’acqua.
Quel movimento però venne seguito da una sensazione ancor più strana che lo bloccò sul posto, l’intorpidimento che aveva sentito sembrò quasi trasformarsi in acqua . Non sapeva come descriverlo, ma gli sembrò di sentire le scaglie sciogliersi e non poté far altro se non guardare la cosa con gli occhi sgranati e spaventati.
Le scaglie si stavano effettivamente sciogliendo in tante piccole goccioline d’acqua e nemmeno la sonora e sorpresa imprecazione di Tengen fu in grado di far distogliere lo sguardo di Kyojuro dalle sue gambe nude che erano apparse nel giro di pochi momenti.
Rengoku le mosse incredulo, sentendo il familiare dolore dell’intorpidimento attraversargli tutto il corpo.
Non capiva né riusciva a spiegarsi quello strano fenomeno, si sentì però travolto dalla commozione. Cercò di alzarsi in piedi, facendo dondolare in modo preoccupante l’imbarcazione, e senza pensarci due volte - anche perché non sentiva ancora del tutto le gambe - si lanciò tra le braccia di suo padre, che lo sorresse subito ricambiando la stretta.
Provò un immenso sollievo e pur non riuscendo a immaginare nulla, nemmeno il futuro più prossimo, si concesse quell’attimo di felicità, con la certezza di poter riabbracciare i suoi cari e di non dover restare separato da loro.
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Akaza fu estremamente bravo nel nascondere la delusione quando vide Kyojuro non più come kowan ma di nuovo come umano. Rengoku aveva visto i suoi occhi sgranarsi e l’espressione oscurarsi per un momento, ma alla fine si era comportato come se non fosse accaduto nulla.
Gli altri kowan si erano mostrati ben più sorpresi e lo avevano subissato di domande durante le manovre di attracco della barca a riva e Kyojuro aveva risposto onestamente: non sapeva che cosa fosse successo .
Ad ogni modo avevano mangiato tutti insieme - ormai Mitsuri era diventata un’esperta nell’accendere il fuoco con l’acciarino - e se da una parte Rengoku aveva provato una sorta di ulteriore sollievo nel vedere i kowan e gli umani parlare amichevolmente , dall’altra non riusciva proprio a togliersi dalla mente l’espressione di Akaza.
Gli era rimasto accanto, stringendogli la mano e accarezzandola lentamente, ma era certo che quello non bastasse alla sua anima gemella .
Avevano bisogno di parlare e solo quando Kyojuro si assicurò che nessuno sembrasse in procinto di far scoppiare una sorta di incidente diplomatico - Tengen era una brava persona, ma alle volte non aveva molto tatto -, propose alla sua anima gemella di allontanarsi con lui.
Akaza accettò di buon grado la sua richiesta e iniziò a trascinarsi verso l’acqua mentre Kyojuro, sistemandosi meglio addosso la giacca che Tengen gli aveva prestato - non aveva intenzione di stare nudo, dato che la sua trasformazione in umano lo aveva ovviamente lasciato senza indumenti -, rassicurò suo padre e suo fratello sul fatto che sarebbe tornato presto. Che non sarebbe scomparso.
Raggiunse l’acqua, immergendosi fino alla vita, e tese la mano quando Akaza gli porse istintivamente una delle sue scaglie.
«Credevo di non doverlo più fare,» commentò il kowan .
Rengoku si concesse un sorriso di circostanza.
«Già, anche io…» mormorò, osservando la scaglia. «Dobbiamo parlare.»
«Sei felice Kyojuro?» tagliò corto Akaza, e Rengoku esitò per qualche momento prima di annuire. «Allora va tutto bene.»
«Tu mi preferivi con una coda però,» gli fece presente Kyojuro ricevendo dal kowan un’occhiata sorpresa.
«Oltre la coda hai perduto anche il cervello?»
Rengoku alzò gli occhi al cielo.
«Sai cosa intendo Akaza!»
«E allora sai benissimo che mi piacevi anche senza la coda, con quelle due cose strane che chiamate gambe!»
Kyojuro sospirò, esitando ancora nel mangiare la scaglia.
«Akaza… non potremo mai vivere insieme . Intendo avere una casa o una kare… »
«E allora?» scrollò le spalle il kowan. «Lo ammetto: era più comodo quando eri come me . E non nego che rivederti così mi abbia spiazzato, perché mi ero abituato ad averti sempre al mio fianco… ma non cambia nulla, Kyojuro . Tu sei mio ed io sono tuo. Ora mangia quella cazzo di scaglia, non voglio baciarti con tuo padre che mi guarda come se volesse cuocermi come un pesce,» aggiunse con un sogghigno malizioso.
Rengoku non dubitò nemmeno per un momento delle parole di Akaza e non riuscì a trattenersi dal ridere sollevato.
«Non mi piace quando mi dai ordini,» commentò divertito, portando alla bocca la scaglia.
La familiare sensazione che provava ogni volta nell’ingoiarla lo fece tremare ma, al contrario delle volte precedenti, Kyojuro si rese conto che c’era qualcosa di diverso.
Il suo corpo iniziò a formicolare e sentì le gambe attaccarsi e fondersi l’una all’altra . Crollò dentro l’acqua, come se non avesse più la sensibilità negli arti, e si rese conto di aver già provato quelle sensazioni.
Con gli occhi sgranati osservò l’acqua avvolgere quasi per magia le sue gambe, lasciando posto a delle scaglie rosse e arancioni.
Aveva di nuovo la coda .
Faticò a respirare, spiazzato e sorpreso, poi sollevò il viso per cercare quello di Akaza e provare a capire se anche la sua anima gemella stava vedendo quello che stava vedendo lui.
Il kowan allungò la mano esitante, facendo scorrere le dita sulla coda fino a toccare una delle pinne, strappando a Kyojuro un vago gemito sorpreso e imbarazzato, ma che diede ad entrambi la conferma di quanto accaduto.
«Questo… non me lo aspettavo…» mormorò Akaza.
«Nemmeno io…» ammise Rengoku muovendo la coda. «Quindi…»
Le parole gli morirono in bocca, come se il pronunciare l’ipotesi che si era affacciata nella sua mente fosse sciocco oltre che folle.
«Il Dormiente ha trovato la soluzione!» esclamò il kowan, estasiato, e Kyojuro annuì lasciando che le sue labbra si sollevassero in un ampio sorriso.
Forse era quello ciò che il Dormiente e la sua amata intendevano quando gli avevano detto di riunire i popoli. Ancora una volta gli sembrava assurda quella responsabilità ed il fatto che fosse proprio lui il protagonista di quegli eventi così fuori dall’ordinario, ma quando sentì le braccia di Akaza stringersi attorno al suo corpo e le sue labbra sulle sue, Rengoku non poté far altro se non lasciarsi andare.
Sulla spiaggia li stavano ancora guardando - forse avevano visto tutti la sua trasformazione -, ma non gli importava realmente.
Allungò a sua volta le braccia per stringere Akaza a sé, rispondendo al bacio senza nascondere il sollievo e la felicità, ritenendosi immensamente fortunato all’idea che il mare non li avrebbe mai divisi.
