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Furina non riusciva a smettere di tremare, eppure per la prima volta non aveva alcun dubbio che la sua non fosse una reazione nata dalla paura.
Venire a patti col fatto di non essere affatto spaventata la sorprese, e allo stesso tempo il motivo le parve così ovvio... Perché come poteva aver paura quando la persona che avrebbe dovuto terrorizzarla più di chiunque altro, che con il suo solo ricordo l'aveva tenuta sveglia per notti interminabili, le si era inginocchiata tra le gambe, in attesa di un suo comando?
Arlecchino teneva la testa abbandonata contro la sua coscia, il respiro talmente vicino che le sarebbe bastato volerlo per rompere la pelle con un morso, e nonostante questo Furina aveva la folle e irrazionale sicurezza che non l'avrebbe fatto.
Quando la Fantesca aveva fatto irruzione nella sua stanza spalancando all'improvviso la finestra, lei era rimasta seduta ai piedi del suo letto, con le lenzuola strette nei pugni fino a far sbiancare le nocche mentre osservava in silenzio quella drammatica entrata in scena.
La figura di Arlecchino, incorniciata dalle tende di merletto bianco mosse dal vento, le apparve come l'incarnazione perfetta del Tristo Mietitore giunto alla sua porta per portarla via con sé.
E Furina, suo malgrado, l'aveva trovata di una bellezza ammaliante, che avrebbe osato definire quasi sinistra... Di quelle che ti costringono a rivolgerle tutta la tua attenzione più per istinto di sopravvivenza che per apprezzamento, perché è inevitabile giungere alla conclusione che un tuo solo passo falso sia tutto quello di cui ha bisogno per ottenere ciò che desidera.
Più la guardava però, più Furina riusciva a scorgere in lei una reverenza che mai Arlecchino le aveva rivolto nei loro precedenti incontri, quando ancora vestiva i panni dell'Archon di Fontaine. Le sembrò quasi che stesse esitando, come se tra le due fosse lei quella ad incutere timore.
E per quanto ridicolo fosse quel pensiero, tanto bastò per calmarla.
Le tornarono in mente i regali che le erano stati recapitati nelle ultime settimane, alla quantità quasi comica di dolci che le veniva consegnata con meticolosa puntualità dai bambini della Casa del Focolare, ai bouquet che aveva ricevuto dopo ogni messa in scena del suo ultimo spettacolo, da quella di apertura fino alla replica finale, firmati sempre con lo stesso nome. All'inizio aveva considerato il tutto uno scherzo di pessimo gusto, un nuovo modo di prenderla in giro, ma non ne era più così certa...
Cosa poteva volere ancora da lei?
Furina si rese conto di aver parlato ad alta voce solo quando vide Arlecchino irrigidirsi. Non sapeva di preciso che tipo di reazione aspettarsi, ma che il Quarto Messaggero dei Fatui si mostrasse nervoso, o addirittura a disagio, non era di certo in cima alla lista.
Arlecchino non aprì bocca, lasciando invece vagare lo sguardo per la stanza, quasi stesse cercando una via di fuga nonostante fosse stata lei ad essersi introdotta lì. Furina non riuscì a non trovarlo ironico, e forse in una situazione meno tesa si sarebbe ritrovata a ridacchiare.
Poi all'improvviso Arlecchino sembrò notare qualcosa, e fu come assistere all'istante in cui un vetro si incrina.
Non fu niente di fisico. No, la sua espressione rimase la stessa di sempre, immutabile come un calco in gesso. Furono i suoi occhi, quelli che un tempo aveva sentito scavarle fin dentro alle ossa alla ricerca di ogni sua debolezza, a tradirla. Furina distolse per la prima volta l'attenzione da Arlecchino per seguire il suo sguardo, e quando trovò ciò che aveva causato in lei quel cambiamento, non era sicura di cosa avrebbe dovuto provare.
Arlecchino stava guardando il mazzo di fiori che sedeva sul tavolo dove prendeva il tè ogni pomeriggio, quello che aveva ricevuto dai bambini della Casa del Focolare dopo la serata di chiusura del suo spettacolo.
"Da parte di nostro Padre," avevano detto con fare solenne, come se consegnarle quei fiori avesse la stessa importanza di una qualsiasi altra missione dei Fatui.
Adesso il bouquet era più scarno rispetto a quando lo aveva ricevuto quasi due settimane prima: Furina si era vista costretta a buttarne una parte dopo che questa era completamente sfiorita, e ad abbellire il vaso erano rimasti giusto una manciata di fiori di lavanda ed una singola peonia bianca. Molti dei suoi petali erano caduti e la lavanda sembrava sul punto di appassire a propria volta, eppure Furina li aveva lasciati lì.
Anche il biglietto col nome del mittente era sul tavolo, bloccato sotto una tazzina per evitare che il vento lo facesse volare via.
L'aria attorno a loro sembrò diventare all'improvviso più densa, quasi irrespirabile, quando con gli occhi ancora fissi su quei petali ingialliti Arlecchino si decise a parlare:
"Mi è stato fatto notare che delle scuse sincere sarebbero state apprezzate di più, rispetto a dei semplici regali..."
Per un lungo ed interminabile istante, Furina non disse nulla. Forse si aspettava che da un momento all'altro Arlecchino si piegasse in due in preda alle risate, sbeffeggiandosi di lei per aver anche solo preso in considerazione l'idea di credere ad una bugia tanto assurda. Non successe.
Furina avrebbe voluto incrociare il suo sguardo, assicurarsi che quello che aveva scorto nei suoi occhi giusto un attimo prima non fosse stato solo frutto della sua immaginazione, ma Arlecchino si limitò a distoglierlo dal vaso e chinare la testa, come un bambino che attende di essere sgridato.
La Fantesca, il terribile Quarto Messaggero dei Fatui a capo della pericolosa Casa del Focolare, si era davvero intrufolata nella sua camera nel cuore della notte per... scusarsi? Più se lo ripeteva, meno Furina riusciva a crederlo possibile.
"Tu vorresti... chiedere scusa? A me?"
La sua voce non era nulla più che un bisbiglio, ma anche solo essere capace di parlare davanti ad Arlecchino le sembrò una vittoria da celebrare.
"È ciò che ho tentato di fare per tutto questo tempo," fu l'immediata risposta che ricevette, e quella prontezza la fece quasi sussultare per la sorpresa "ma immagino di non essere riuscita nel mio intento, se ancora dubitate della mia sincerità. Anche di questo vorrei scusarmi."
Delle scuse, eh...
Parole simili suonavano appartenere ad un'altra lingua se pronunciate dalla bocca di Arlecchino, e Furina sapeva benissimo che fidarsi di un membro dei Fatui fosse una mossa azzardata, anche più del non aver ancora tentato di cacciarla via, ma più rimuginava sulla situazione in cui si trovava, più non poteva negare quanto fosse bizzarra, e per qualche strano motivo questo la rassicurava.
Forse un'altra persona sarebbe stata più cauta, ma se c'era una cosa che Furina aveva imparato nel corso dei suoi angosciosi incontri con il Padre della Casa del Focolare era che un predatore non distoglie mai gli occhi dalla propria preda. Questa volta però Arlecchino aveva il capo piegato in avanti, lo sguardo rivolto a terra, e qualcosa le diceva che non lo avrebbe alzato finché non fosse stata Furina stessa a dirle di farlo.
Se il suo era tutto un inganno, un tranello per un qualche spietato divertimento che otteneva dal perseguitarla, lo avrebbe scoperto seduta stante.
"È questo il modo di chiedere perdono di uno dei Messaggeri dei Fatui?"
Fu spaventosamente semplice indossare la stessa maschera che aveva perfezionato in 500 anni di interpretazione, istintivo come lo era respirare. La stanza sembrò farsi più piccola, stringendosi su di lei, ma proseguì:
"Se vuoi davvero che accetti le tue insulse scuse, dovresti iniziare mostrandomi il giusto rispetto."
Neanche finì di parlare che Furina già sapeva di essersi appena resa ridicola. Quella così ben studiata arroganza che per secoli era stata la sua armatura ora le stava fin troppo larga, come fosse diventata una bambina che si era infilata un abito di sua madre dopo averle rovistato nell'armadio senza permesso.
Come aveva potuto dimenticarsene..?
Non era più l'Archon di Fontaine. Era solo una donna in camicia da notte.
Non le era difficile immaginare come potesse apparire agli occhi di Arlecchino... Anzi, magari era lì proprio per verificare di persona che Furina avesse perso tutta la sua divinità, che della Dea della Giustizia non fosse rimasto altro che qualcuno di talmente inetto da non essere in grado nemmeno di liberarsi di un mazzo di fiori già appassiti.
Mai avrebbe pensato che sarebbe successo, ma in quel momento Furina desiderò tornare ad essere l'Archon. Non fu nulla più che un istante, talmente breve da poter essere ignorato con facilità, ma quello fu abbastanza per raggelarle il sangue nelle vene.
Era a dir poco ridicolo che, in presenza del temibile Padre della Casa del Focolare, fossero i suoi stessi pensieri a spaventarla più di ogni altra cosa. E la cosa peggiore, quella che davvero la terrorizzava al punto da bloccarle il fiato in gola, era sapere che non fossero scaturiti dall'imbarazzo o dell'orgoglio, ma dalla disperazione.
Perché se era solo una donna, se era solo un essere umano, Arlecchino se ne sarebbe andata. Che motivo aveva di restare, ora che Furina aveva perso per lei ogni valore? Ora che non aveva niente da offrirle, neanche una misera bugia?
Arlecchino però non si diresse verso la finestra.
Con poche falcate eliminò i metri che le separavano, e prima che Furina potesse anche solo ricordarsi della vision che brillava sul comodino accanto al letto, la Fantesca era già a terra.
Ai suoi piedi sul pavimento freddo, Arlecchino alzò gli occhi verso di lei, come a chiederle se quello bastasse. Come se fosse disposta ad umiliarsi in altri modi, se la risposta di Furina fosse stata no.
"Cosa stai..?" riuscì a malapena a mormorare lei, ma il peso della testa di Arlecchino contro le sue gambe la zittì all'istante, e con uno dei Messaggeri dei Fatui inginocchiato al suo cospetto non potè fare altro che rimanere ferma, in attesa che succedesse qualcosa... Qualsiasi cosa.
Arlecchino però tradì di nuovo le sue aspettative e si limitò a continuare a guardarla senza proferire parola, così simile ad un devoto in preghiera davanti all'altare che Furina si sentì in soggezione.
Una parte di lei, quella rimasta bloccata in fondo ad una stradina, tremante per il freddo e il terrore mentre sentiva i passi della Fantesca farsi pian piano sempre più lontani, ancora aspettava. 'Prima o poi tornerà,' le ripeteva una voce nella sua testa, come un presagio di sventura 'prima o poi ti ferirà di nuovo.'
Ma quando trovò il coraggio di avvicinarle una mano al viso, spostando con dita rese maldestre dall'esitazione una ciocca di capelli che le era finita sugli occhi, Arlecchino non aveva il ghigno soddisfatto di chi era riuscito a far abbassare la guardia alla propria preda. Al contrario, si sporse in avanti con il capo, spingendo così la fronte contro i polpastrelli di Furina in una muta richiesta di più contatto, come fosse un gatto in cerca di una carezza.
Furina percepì la stoffa della vestaglia risalirle le gambe, trascinata da quel movimento, e quando Arlecchino girò di poco la testa, quel tanto che bastava perché le sue labbra le sfiorassero la coscia nuda, Furina non aveva bisogno di guardarsi in viso per rendersi conto di essere arrossita.
Ancora faticava a capire come si fosse ritrovata in quella situazione, sola nella sua camera con il Quarto Messaggero dei Fatui e coperta da nulla più che una camicia da notte sgualcita che avrebbe fatto ben poco per tenerla al sicuro. Da cosa, di preciso, non era sicura.
Arlecchino però non aveva cercato in alcun modo di farle del male, ma anzi l'aveva assecondata per tutto il tempo senza battere ciglio. Non per un qualche rispetto ipocrita nei suoi confronti che Furina sapeva di non meritare, ma perché era davvero convinta di doverle delle scuse.
Solo qualche ora prima non avrebbe mai osato immaginare che qualcuno come lei potesse sperimentare un sentimento così umano come il rimorso, ma le bastò abbassare gli occhi ancora una volta verso la sua figura per rendersene conto: per quanto potere stringesse nelle proprie mani, anche Arlecchino era solo una donna, proprio come lei. Una donna che voleva una cosa soltanto: il suo perdono. Una donna pronta a chiederlo in ginocchio, se necessario.
Ma Furina non voleva concederglielo, non ancora almeno.
Voleva che Arlecchino provasse anche solo un briciolo di quello che aveva provato lei, quella notte. Voleva che perdesse il sonno, tormentata dai sensi di colpa. Voleva che le portasse di persona i suoi bouquet quando avrebbe messo in scena il nuovo spettacolo a cui stava lavorando. Voleva che tornasse lì da lei ogni notte, ad implorarla come se vedesse ancora in Furina qualcuno a cui rivolgere le proprie preghiere. Voleva che la lasciasse in pace una volta per tutte. Voleva-- Voleva-!
Fu lo scricchiolio improvviso del letto a riportarla alla realtà, e per un secondo credette che Arlecchino si fosse mossa, ma era stata lei a sporgersi in avanti senza nemmeno accorgersene.
Le aveva posato la mano contro il viso, ma invece che delicate le sue dita erano rigide contro la sua guancia, al punto da scavarle nella pelle con l'unghia del pollice. Arlecchino non aveva reagito in alcun modo, e per quanto non avesse usato abbastanza forza per farla sanguinare, ora sul suo zigomo faceva capolino un segno a forma di mezza luna.
"Ah!" esclamò Furina, e immediatamente le prese il volto tra le mani per avvicinarla a sé, "Mi dispiace! Non so davvero perché l'ho fatto!"
Impegnata com'era a studiare con apprensione la ferita e assicurarsi che non fosse poi tanto profonda, Furina ci mise fin troppo tempo a rendersi conto di quanto poco fosse lo spazio che la separava da Arlecchino. Con un verso imbarazzato fece per allontanarsi, altre scuse già sulla punta della lingua, quando di nuovo accadde qualcosa che mai, prima di allora, avrebbe potuto prevedere: Arlecchino rise.
Forse chiamarla risata era un po' troppo generoso. Ne era giusto un accenno, di quelli che si fanno per tenerezza, e se non fosse stato per il respiro caldo che le finì contro il viso Furina non se ne sarebbe nemmeno accorta. E nonostante l'avesse già sentita ridere in passato, in quel suo modo talmente composto da non poter che essere calcolato, si ritrovò a sperare che succedesse di nuovo.
Quella voce nella sua testa le ripeteva che avrebbe dovuto indignarsi, tirare via la mano e spingere Arlecchino il più lontano possibile, perché come osava prendersi gioco di lei? Furina però riusciva solo a pensare a quanto le sarebbe piaciuto se si fosse aperta in un'altra risata, genuina e incontrollabile, una di quelle che devi esternare con tutto il corpo.
Arlecchino era il tipo di persona che ride a voce alta? O sarebbe rimasta silenziosa anche in quel caso? Si sarebbe coperta il viso con una mano, o avrebbe concesso a Furina il privilegio di guardare indisturbata? Voleva sapere tutto.
Voleva che ridesse al punto da iniziare a singhiozzare. Voleva che si piegasse in avanti, tra una risata e l'altra, fino a premere la fronte contro la sua. Voleva sentirla tremare e faticare a regolare il respiro. Voleva vederla rilassare le spalle, esausta dopo aver riso di gusto. Voleva che non si facesse indietro. Voleva-- Voleva-!
Accidenti, non l'aveva nemmeno sentita ridere per davvero, e già ne era inebriata.
"Lady Furina," mormorò Arlecchino, la flebile eco di quella che sarebbe potuta diventare una risata che le colorava la voce di sfumature che Furina non era mai riuscita ad ascoltare prima.
"Lady Furina," ripeté ancora, questa volta senza riuscire ad evitare che un sorriso le increspasse le labbra, e Furina dovette sbattere più volte le palpebre per assicurarsi di prestare attenzione a ciò che stava dicendo invece di fissarle soltanto la bocca, "vi ho già detto che dovrei essere io a scusarmi."
"Solo Furina. Non sono più un Archon." si ritrovò ad ammettere prima ancora di aver deciso di farlo, e le sembrò che quelle parole stessero venendo pronunciate dalla voce di qualcun altro "Non lo ero nemmeno prima, in realtà."
Probabilmente era stata la cosa sbagliata da dire, perché Arlecchino aggrottò le sopracciglia in un'espressione contrariata. Era una faccia buffa e decisamente fuori posto su dei lineamenti eleganti come i suoi, e Furina ne voleva ancora... Ah, stava diventando insaziabile.
Arlecchino sbuffò col naso con fare che si sarebbe potuto definire esasperato, addirittura un po' infantile e a dir poco incompatibile con l'idea di sé che aveva sempre mostrato a Furina, ma prima che potesse chiederle cosa avesse intenzione di fare quella si tirò indietro, mettendosi in piedi di fronte al letto. Ora che torreggiava su di lei, che ancora se ne stava seduta, Arlecchino non perse tempo prima di portarsi alla bocca la sua mano, la stessa con cui Furina le aveva lasciato quel segno sul viso, posandole un bacio contro il dorso.
Lo schiocco sembrò rimbalzare sulle pareti, e quel lieve contatto fece dubitare a Furina di essere mai stata capace di respirare prima di quel momento. All'improvviso ebbe la sensazione di essere finalmente riemersa dopo aver vissuto sott'acqua per 500 anni, come se quel bacio fosse stata la prima boccata d'aria a riempirle i polmoni.
"Vi sbagliate." Arlecchino lo affermò con tono così austero che Furina pensò stesse per impartirle un qualche ordine, eppure le sue labbra erano morbide come seta mentre le sfioravano la pelle, come ad imprimerci contro quello che stava dicendo "Siete sempre stata un Archon, Lady Furina. Lo siete ancora."
Non era la prima volta che le venivano rivolte delle parole simili: Monsieur Neuvilette era stato il primo, appena dopo il suo processo. Aveva cercato in tutti i modi di confortarla e si era scusato innumerevoli volte, eppure niente era riuscito a mandare via quel saporaccio che Furina sentiva fin dentro alla gola. Il tempo lo aveva mitigato, eppure lo percepiva impregnarle di nuovo la bocca ogni volta che si ritrovava a pensare agli avvenimenti che avevano preceduto la sua condanna a morte.
Allora si buttava a capofitto in un nuovo spettacolo, in un nuovo progetto che avrebbe riempito ogni momento libero delle sue giornate, perché riconoscere l'esistenza di quel rancore significava che ciò che aveva vissuto l'aveva ferita più di quanto volesse ammettere, e Furina ne aveva abbastanza di venir compatita dalle stesse persone verso cui non riusciva a fare a meno di provare risentimento.
Ma per qualche inspiegabile motivo quella frase non le sembrava poi così ipocrita se a pronunciarla era Arlecchino. Forse perché, se era lei a guardarla, Furina non si sentiva più la martire che aveva sofferto in silenzio per 500 anni, né la celebrità che tutti credevano di conoscere. Non era l'Archon, eppure lo sarebbe sempre stata. Era qualcuno per cui valesse la pena inginocchiarsi, qualcuno da maneggiare con cura, qualcuno che desiderava così tanto per sé pur non avendo mai posseduto nulla.
Era Furina, e tanto bastava.
Ad Arlecchino bastava.
Perché Arlecchino voleva lei, e più che giungere a quella conclusione, ciò che lasciò Furina a bocca aperta fu rendersi conto di non esserne affatto sorpresa.
Chissà, magari lo aveva capito da tempo, da quando aveva iniziato a ricevere quei bouquet che non riusciva mai a buttar via a cuor leggero. Magari da prima ancora. Magari saperlo non le importava poi granché, non quando Arlecchino era proprio lì, che la guardava con un'espressione così vulnerabile da ricordarle quella che lei stessa aveva indossato quando le acque si erano ritirate e la maledizione era stata spezzata: quel tipo di stupore che ti paralizza per la paura, perché dubitare dei tuoi stessi sensi sembra una spiegazione più plausibile di un lieto fine. Un'espressione che dice "come può una cosa così bella succedere proprio a me?"
L'espressione di chi non può fare a meno di chiedersi "mi è davvero concesso tutto questo?"
Chiunque altro l'avrebbe chiamata ingenua, ma all'improvviso fu così semplice immaginare che anche Arlecchino, umana come lei, temesse un rifiuto da parte di quel Destino che non sarebbe mai stato così magnanimo da darle ciò che voleva... Da darle Furina.
E per la prima volta il Fato le parve cosa di poco conto, nulla più che un copione obsoleto che qualunque attore degno di tale titolo si avrebbe rifiutato di interpretare. Furina era stata costretta ad essere la protagonista di quello spettacolo da quattro soldi fin troppo a lungo, ed era giunto per lei il momento di iniziare ad improvvisare, a scrivere di proprio pugno le sue battute.
"Lady Furina?" sentì Arlecchino sussurrare di nuovo, interrompendo quel silenzio durato per un secondo di troppo e che sembrava aver distrutto quell'aria sicura di sè con cui aveva parlato solo pochi secondi prima. Ora sembrava quasi impaurita che farlo ancora avrebbe ricordato a Furina chi fosse davvero la persona che aveva di fronte.
Ma dopo tutto ciò che era successo da quando era entrata nella sua stanza, Furina era sicura che non sarebbe mai più stata in grado dimenticare chi fosse la donna davanti a lei. Sapeva già che la scelta più saggia, quella che chiunque altro nella sua stessa posizione avrebbe preso senza alcuna esitazione, sarebbe stata allontanarsi dalla Fantesca il prima possibile. Avrebbe dovuto lasciarla a boccheggiare inutilmente per qualcosa in più, con quel suo maldestro tentativo di supplicare con lo sguardo di chi non era abituato ad essere in balia della volontà di qualcun altro.
Lo sapeva benissimo, eppure ancora una volta non si mosse, non ora che sentiva quella consapevolezza bruciarle nello stomaco: Arlecchino avrebbe davvero accettato solo e soltanto ciò che lei era disposta a darle.
Furina avrebbe potuto abbandonarla lì come lei stessa aveva fatto per prima, in quella stradina nel cuore della notte, ed era certa che Arlecchino non avrebbe obiettato... No, sarebbe rimasta in silenzio a guardarla andare via, e sarebbe svanita dalla sua vita come aveva sperato succedesse innumerevoli volte.
Arlecchino avrebbe accettato qualsiasi sua decisione come una sentenza a cui non poteva sottrarsi, perché Furina si era sbagliata: non si era introdotta fino in casa sua per chiedere perdono, ma per espiare un peccato. Credeva di non meritare nulla più di quello, che una redenzione ottenuta infliggendosi una punizione fosse l'unica che qualcuno come lei potesse permettersi.
Ma Furina aveva passato 500 anni a giudicare colpevoli i criminali che le si presentavano davanti senza però essere davvero lei ad avere l'ultima parola sul verdetto. E ora che per la prima volta poteva avvalersi di un'autorità che fino a quel momento non le era mai davvero appartenuta, giunse alla conclusione che trovare un carnefice non era ciò che desiderava.
Quel potere, quella libertà che aveva bramato per sé, che aveva guardato per secoli ciondolarle davanti al naso ma sempre troppo lontana perché potesse afferrarla, era finalmente tra le sue mani, concretizzatasi nella forma del Quarto Messaggero dei Fatui, vulnerabile al cospetto di quello stesso Archon fasullo che tanto si era divertito a tormentare.
Furina non si era mai sentita così invincibile.
Il verso di sorpresa che riuscì a strappare all'imperturbabile Padre della Casa del Focolare quasi la fece ridere, mentre con una foga che non sapeva di possedere scattava in piedi, lanciandosi verso Arlecchino e avvicinandola a sé per la nuca. Non esitò nemmeno un istante prima di eliminare quel poco spazio che ancora le separava, perché Furina voleva, voleva, e ancora voleva.
Mai prima di allora avrebbe immaginato che il perdono potesse avere un sapore così dolce.
