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Fools' Paradise - Natale con i tuoi

Chapter 3: INFERNO E PARADISO

Summary:

In cui Artemis e Minerva sono a Parigi, e la libertà viene assaporata

Notes:

(See the end of the chapter for notes.)

Chapter Text

Capitolo 3: INFERNO E PARADISO

E come li stornei ne portan l’ali / nel freddo tempo, a schiera larga e piena, / così quel fiato li spiriti mali / di qua, di là, di giù, di sù li mena (1).
Minerva sorrise. Come scienziata, si reputava atea, ma se c’era una prova contro l’esistenza di Dio – ebbene – era che il 26 dicembre su Disneyland splendesse il sole. La presenza sua e di Artemis avrebbe dovuto chiamare pioggia, temporali, uragani. Se c’era un Dio, il solo fatto che avessero messo piede a Disneyland avrebbe dovuto squarciare il tessuto stesso della realtà.
Qualcuno avrebbe sostenuto che era precisamente quanto stava accadendo. Tutta la Francia, e probabilmente anche un paio di nazioni confinanti, sembrava aver scelto quel giorno per affollare il parco dei divertimenti. Eppure il gruppetto era riuscito a ritagliarsi uno spazio. Attorno ad Artemis – giacca nera, camicia nera, cravatta nera, pantaloni neri e scarpe nere – aleggiava una coltre di oscurità e, anche se quello era il mondo delle fiabe, nessuna principessa sarebbe riuscita a dissiparla con il suo tocco. Ammesso e non concesso che riuscisse a superare la colossale guardia del corpo che li tallonava a breve o – se era per questo – Minerva stessa. Perché ad un osservatore distratto sarebbe potuto sembrare che, con la sua pelliccia argento, il colbacco in tinta e i capelli d’oro aperti sulle spalle, appartenesse a Disneyland molto più della sua compagna, ma uno sguardo ai suoi occhi sarebbe bastato a dissipare qualunque dubbio. Quelle iridi verdi erano gelide come il Cocito.
“Questo dev’essere l’inferno. L’inferno. Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate (2)”, aveva intonato Artemis nel passare sotto l’arcata dell’ingresso. In realtà, Juliet, Beau e i gemelli sembravano gli unici a star sinceramente godendosi l’esperienza. Per Leale, esposti e al tempo stesso strizzati in uno spazio ristretto com’erano, doveva rappresentare un incubo, e il fatto che non sussultasse ad ogni piè sospinto testimoniava solo quanto profondo scorresse l’addestramento di Madame Ko. Senza dubbio, dietro le lenti a specchio i suoi occhi stavano scrutando la folla in cerca di attività sospetta. Della quale non c’era penuria: erano a Disneyland, in fondo. Almeno, pensò Minerva, gli occhiali che lei e Artemis gli avevano fornito gli facilitavano il lavoro. Quanto a lei, concordava in toto con Artemis. A differenza dell’altra ragazza, non era la sua prima volta a Disneyland. Pure se la precedente visita risaliva a dodici anni prima, le aveva lasciato un’idea piuttosto precisa di cosa comportasse, e in un’ipotetica scala si collocava poco più in alto dell’estrazione di un dente senza anestesia.
Se Artemis non avesse già intuito la ragione del suo sdegno (oltre, naturalmente, a tutte quelle che non aveva bisogno di elencare perché le condividevano), l’avrebbe indovinata non appena scorsero la figura di un topo con un fiocco in testa e una gonna a pois, e la schiena che cingeva con il braccio si irrigidì sotto la pelliccia, e Beau ridacchiò prima che Minerva lo gelasse con lo sguardo e sussurrasse: “Elena vedi, per cui tanto reo / tempo si volse (3).” E anche chi non aveva riconosciuto all’istante la citazione – cioè, tutti meno una, in quel gruppo – avrebbe realizzato dal suo tono che abbreviare il nome di Minerva costituiva un errore micidiale.
Perché aveva accettato di essere lì, quella ragazza, se tanto odiava Disneyland? La risposta sarebbe stata chiara se qualcuno avesse potuto oltrepassare la guardia di Leale per avvicinarsi a lei e ad Artemis quanto bastava a cogliere le loro parole. Nella loro postazione sotto una giostra – che apparentemente consisteva in sfrecciare ad una velocità di 48,3 km/h (calcolata a mente) su seggiole appese ad una catenella, in barba ai più basilari istinti di autoconservazione, e sulla quale Minerva riservava lo stesso giudizio che aveva appena espresso Artemis – l’una appoggiò il capo su quello dell’altra. L’ipotetico osservatore avrebbe allora visto un minuscolo sorriso apparire sul volto di Artemis e tutte le nubi che offuscavano i suoi occhi spaiati diradarsi di colpo.
“L’ultima volta che sono stata in un parco dei divertimenti ci ho quasi lasciato le penne”, sussurrò, con giusto una nota di sarcasmo nella voce. “Scusa se sto rovinando l’umore generale.”
“Ssst”, replicò Minerva. “Le tue emozioni sono perfettamente valide. Le mie scuse non lo sono altrettanto, ma questo non significa che non stia odiando tutto ciò una stilla di meno. E l’unico modo in cui potresti rovinare l’umore generale – o almeno, il mio – è non essendo qui accanto a me, oui? Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costei piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona (4).”
Fu il turno di Artemis, di appoggiare la testa sulla spalla di Minerva. Erano assieme, e solo questo importava. Perché anche l’inferno diventa tollerabile, quando il Paradiso ti tiene sottobraccio.

Fuori! Erano fuori! “Addio, campi felici, dove la gioia regna eternamente (5)!”, sospirò Artemis non appena Disneyland svanì dal lunotto posteriore. Niente più colori accesi, architetture fantasiose o loschi figuri in costumi di gomma. La campagna francese scorreva fuori dalla finestra: vigneti, fattorie, alberi. Ed era una natura ordinata, una natura che coesisteva con la mano dell’uomo. Non la brughiera selvaggia e incolta illuminata dal pallido lucore lunare, ma alberi disposti in piccoli frutteti ordinati o incolonnati in filari, come soldati che marciavano al suono di La Marseillaise. Se fossero stati immersi nella nebbia, avrebbero anche potuto apparire spettrali, ma il sole li vestiva di uniformi d’oro. Era una natura che accendeva in Artemis un desiderio di rimboccarsi le maniche, aprire un cavalletto e dipingere, circondata dal ronzio delle api industriose (sì, insomma, forse non a dicembre, ma comunque) e il cinguettio di uccelli e altri rumori agresti dei quali normalmente si sarebbe disinteressata.
E poi la skyline di Parigi si stagliò nel parabrezza. Forse la Tour Eiffel poteva non essere più l’edificio più alto del mondo, come quand’era stata costruita, ma restava il più inconfondibile. Non era certo la prima visita di Artemis (anzi, la si sarebbe potuta dire un’habitué a questo punto), e sapeva che non bisognava giudicare un libro dalla copertina, che quella città poteva essere anche sporca e inquinata, eppure – chissà perché – stavolta la vista della rive droite e la rive gauche, la piramide del Louvre e la guglia di Notre-Dame le accesero il cuore di emozione. Forse era il senso di libertà che le dava essersi lasciata alle spalle i suoi genitori e le loro pretese assieme a quell’orrendo parco dei divertimenti. O forse era la presenza di Minerva al suo fianco, che dava nuovo colore alle cose, in quella maniera di cui solo lei era capace. Minerva, riccioli oro e occhi verdi. Minerva, bellissima nella sua giacca argento. Minerva, che aveva suggerito senza batter ciglio un posto in cui Artemis non era mai stata, e che le sarebbe piaciuto vedere. Dove la vita è morta e la morte vive, e la natura crea mostruosità e prodigi (6). Se il sole che il giorno prima splendeva su Disneyland era stato una beffa, ora il cielo era azzurro per loro due.
Un sorriso affiorò sulle labbra di Artemis a vedere i nomi di Cuvier e Buffon sui cartelli delle vie. Scambiò uno sguardo con Minerva: un giorno, i loro sarebbero stati ricordati alla stessa maniera. Sedettero su una panchina del Jardin des Plantes, l’una accanto all’altra vicino alla statua di proboscidato preistorico, una bestia tozza che in verità assomigliava più ad un tapiro che ad un elefante. Ma, un giorno, l’avrebbe fatto. Là, in mezzo al parco, nessuno badò a loro quando dalla borsa di Minerva apparve una familiare trousse. Senza che fosse scambiata una parola, Artemis si sfilò il cappotto e scostò i capelli dal viso. Minerva sarebbe stata più veloce.
Come Minerva non aveva mancato di notare la prima volta che si era trovata sotto le sue mani, Artemis aveva una pelle stupenda. Non si stupì quindi quando la ragazza non perse tempo con il fondotinta. Le sue guance erano già arrossate dal freddo, ma un tocco di blush si assicurò che restassero tali. Di nuovo un rosa che pareva rosso sulle sue labbra, e di nuovo nero sulle sue palpebre, contro cui brillavano l’azzurro e il nocciola dei suoi occhi spaiati. La trasformazione richiese meno di cinque minuti e, quando la ragazza si guardò nello specchio che Minerva le porse, sentì un senso di pace scenderle nel petto.
Era di nuovo lei. Di nuovo se stessa. Di nuovo Artemis.
E, quando entrarono nel museo e sentì quell’odore – legno vecchio e polvere, e un sottotono di limone che doveva essere il prodotto usati per pulire le vetrine – nonostante la sua vecchia allergia si ribellasse, inspirò a pieni polmoni e si sentì a casa. Disneyland? No. Un vecchio museo, in mezzo a vecchie ossa, il braccio di Minerva che le cingeva la vita, quello era il suo posto. Una scienza che si poteva capire, misurare, dissezionare, e un amore che sfuggiva ad ogni descrizione. Quello, erano Artemis e Minerva.
E poi, furono dentro, e l’architettura art nouveau accostata agli scheletri era arte di per sé, com’era arte la natura che aveva creato le cattedrali di costole sotto le quali camminarono nell’attraversare la sezione dedicata ai cetacei, o le minuscole falangi di un toporagno pigmeo, fissate al supporto perché un sospiro sarebbe stato sufficiente perché andassero perse per sempre, tra la polvere del pavimento, dei secoli.
E la sua accompagnatrice rendeva tutto questo mille volte migliore. Artemis non riusciva a pensare a nessuna delle sue conoscenze che dopo un po’ non avrebbe discretamente nascosto uno sbadiglio, ma gli occhi di Minerva brillavano come i suoi. Chi altri avrebbe potuto chinarsi ad ammirare la mascella curva come la lama di un’ascia del Tyrannosaurus rex, calcolando la tremenda forza che avrebbe sprigionato quando l’animale era in vita? Chi altri avrebbe potuto sfidare ad elencare le differenze tra il cranio di un tilacino e quello di un lupo (7), quando la selezione naturale li aveva resi così simili? Chi altri avrebbe potuto indovinare perché sorrideva davanti all’etichetta consumata dal tempo dell’alce irlandese e al fatto che la brochure che avevano preso all’ingresso suggerisse pomposamente che fosse più accurato il nome di cervo gigante (8), o perché davanti al cranio del Mosasaurus avesse canticchiato quindici uomini sulla cassa del morto, ho ho ho, e una bottiglia di rum (9)? Chi altri avrebbe potuto capire perché la emozionasse vedere il cervo di Padre David esposto come se fosse un altro animale di nessuna particolare importanza, perché così era stato quando lo scheletro era stato preparato e non si era ancora estinto in natura?
E poi uscirono per dirigersi alla grande galerie de l'Évolution, e Artemis pensò che, se la galerie de Paléontologie et d'Anatomie comparée – con le sue ossa impolverate, gli scheletri quasi ingombri sui loro supporti e le vetrine dall’aspetto fragile, che parevano fatte fatte per gli occhi di pochi naturalisti e non per il pubblico quotidiano – era soddisfazione del gusto estetico di Artemis, allora la grande galerie de l'Évolution – ampia, ariosa, tutta legno chiaro e vetro – lo era di Minerva. Indovinò che lei stava pensando la stessa cosa, e che le sorrideva perché forse nel loro concetto i due musei erano diversi, ma la funzione era la stessa: esibire agli occhi del mondo quanto meravigliosa potesse essere la natura. E, in verità, un animale tassidermizzato non faceva capolino qui e là anche nella galerie de Paléontologie et d'Anatomie comparée, e non c’erano ossa anche alla grande galerie de l'Évolution, scheletri sospesi di cetacei e modelli esplicativi sulla tassidermia, e non erano entrambe parte del Muséum national d'histoire naturelle? Come i capelli di Minerva potevano essere biondi e quelli di Artemis corvini, Minerva poteva essere alta e statuaria e Artemis magra e minuta e lo sguardo distratto di un passante le avrebbe reputate così diverse, ma nei loro occhi brillava la stessa luce ed erano due parti dello stesso insieme.
E si fermarono davanti al montaggio degli animali africani che marciavano assieme, le teste voltate a guardare il pubblico come modelle su una passerella, ed era arte anche questa, prendere la natura e congelarla per sempre in una posa grandiosa.
E ritrovarono il tilacino, e con lui il quagga e altri animali che erano scomparsi per colpa dell’uomo e di cui quei corpi tassidermizzati rappresentavano le uniche vestigia, e la presenza di Minerva al suo fianco non le permise di indugiare sul sifaka candido, e quella che avrebbe avuto potuto essere una secchiata d’acqua gelida fu una fugace fitta di colpa, presto dimenticata.
E nel frattempo parlavano e parlavano e parlavano, senza fermarsi un attimo. E Artemis si ritrovò a pensare, e non era la prima volta, che nessuno era davvero stato a sentirla prima di incontrare Minerva. Si era rassegnata a considerare la propria voce un sottofondo a cui il prossimo badava solo quando diceva qualcosa di realmente utile – solitamente, in una situazione di vita e di morte – e le sue riflessioni sull’arte e sulla scienza perse nel vento. Non si era mai resa conto di quanto fosse pressante in lei il desiderio di condividere quanto aveva dentro con qualcuno. E poi era arrivata Minerva e aveva trasformato i suoi monologhi in dialoghi. Quando uscirono dal museo, strizzando gli occhi contro l’improvviso abbaglio del sole, Artemis stava sorridendo. E sapeva che Minerva stava facendo altrettanto.

In qualunque altra città, Artemis avrebbe giudicato il piccolo café che aveva suggerito Minerva nient’altro che pretenzioso. Sedie di metallo dallo schienale imbottito e con artistiche volute al posto dei piedi? Tavolini circolari in marmo, larghi a stento come il suo braccio? Un’insegna dai caratteri così arzigogolati da essere quasi illeggibili? Cioè, andiamo. Patetico.
Ma quella era Parigi. Quel che altrove sarebbe apparso ridicolo, lì era la normalità. Quel café non stava cercando di essere qualcosa che non era. Quella che mostrava al mondo era la sua vera faccia, e se ne infischiava di quello che pesavano gli altri. Proprio come Artemis in quel momento. Senza contare – doveva ammetterlo – che il croque monsieur che le era stato servito, accompagnato da asparagi saltati, era veramente ottimo. Non un complimento da poco, quando proveniva da lei.
Minerva scostò la terrina che aveva contenuto una porzione di gratin dauphinois e sorrise: “Ti fidi di me per il dessert, Artemis?”
E il punto era che, se fosse arrivata da chiunque altro – con la possibile eccezione di Leale – l’offerta di ordinare per lei avrebbe immediatamente messo in allarme la ragazza. Era qualcosa che andava oltre inconciliabili differenze nelle tradizioni culinarie o ben intenzionati ma irritanti tentativi di correggere una magrezza che Artemis sapeva di non poter cambiare più di quanto avrebbe potuto cambiare il colore degli occh... d’accordo d’accordo, altro esempio. Era il fatto che Artemis sarebbe stata titubante a lasciare il controllo a qualcun altro.
Ma quella era Minerva. Magari i suoi standard culinari non erano elevati quanto quelli di Artemis (non aveva avuto modo di constatarlo di persona, ma Leale le aveva raccontato storie che aveva fatto fatica a conciliare con la ragazza che le aveva augurato buona fortuna dalla finestra infranta della galleria Kimsichion. Questo era stato prima di trascorrere un’estate assieme a lei, s’intende), ma la conosceva bene e conosceva bene i suoi gusti, se voleva prenderla in giro lo faceva con argomenti degni della sua levatura intellettuale e – quanto alla magrezza – era forse l’unica persona a non aver mai fatto un solo commento a riguardo. Artemis si era fidata del fatto che non l’avrebbe mai trascinata in una bettola, e i fatti le avevano dato ragione. Poteva fidarsi di lei anche per un dessert.
E così l’aveva guardata sussurrare al cameriere qualcosa di cui era riuscita a sentire solo: “Est-ce qu'on peut avoir une deuxième petite cuillère, s'il-vous-plaît (10)?
Le lanciò un’occhiata interrogativa, ma Minerva si limitò a sorridere misteriosamente e a coinvolgerla in una discussione sull’Antropocene, sulla difficoltà di collocare il golden spike e sui demeriti di basare una suddivisione geologica sull’attività umana (11). Artemis era sicura che il Popolo avrebbe avuto qualcosa da dire a riguardo.
Il loro passatempo – perché quello era, e a nessuna delle due importava davvero, tanto che erano partite con idee discordanti ed erano finite per convincere l’altra del contrario, e poi avevano discusso ancora, perché si trovavano comunque su sponde opposte – era stato interrotto dal cameriere che tornava con un piatto. Una colata di cioccolato fondente scorreva sulla polpa candida di una pera. Accanto, una pallina di gelato – visto il colore, probabilmente vaniglia.
Artemis spalancò gli occhi: “Minerva, è troppo! Anche in due!”
L’altra ragazza rise e spinse un cucchiaino nella sua direzione: “Mangia, intanto. Quel che non riesci a finire, lo finisco io.”
Una proposta così poco igienica avrebbe fatto rabbrividire l’Artemis di un anno fa, ma quell’Artemis aveva trascorso l’estate agonizzante per morire infine in una stanza d’albergo quasi tre mesi prima, sotto i colpi di fondotinta ed eyeliner e rossetto. Lei, Artemis, era la ragazza che aveva bevuto dalla stessa tazza di Minerva prima ancora di dichiararle il suo amore.
Affondò il cucchiaino nella polpa della pera, raccogliendo sulla punta il cioccolato fuso e il gelato prima di portarselo alle labbra.
Deliziosa. Semplicemente deliziosa. Neppure troppo dolce, e Artemis detestava i sapori dolci. Ma l’amaro del cioccolato bilanciava perfettamente la vaniglia mentre gli sclereidi, indeboliti dalla cottura, si disintegravano sotto i suoi denti.
Non che si aspettasse diversamente. Salti nel vuoto, ma mai cadute: ecco cosa succedeva a fidarsi di Minerva. Quella ragazza le mostrava le strade, mano nella mano per farle sentire di essere con lei, sempre, ma poi era Artemis a decidere. Anche chiudere gli occhi e affidarsi completamente a Minerva restava una scelta. Qualcuno, non in grado di coglierne la sottigliezza, avrebbe potuto domandarsi che differenza faceva. Ed era che molte di quelle strade la sua ragazza le aveva già battute. Fidandosi della sua ricognizione, Artemis sapeva che non sarebbe inciampata, ed era libera di provare vie che prima non avrebbe mai osato. E anche quei casi in cui la strada era veramente inesplorata – hic sunt leones, come scrivevano i cartografi medievali – ebbene, la più grande e antica delle paure è quella dell’ignoto, ma con Minerva accanto, era l’ignoto a dover temere loro due. E ogni passo, ogni scelta, la portava un po’ più lontano dal cadavere che aveva abbandonato in quella stanza d’albergo, come un serpente che si lascia dietro la vecchia pelle.
Perché l’Artemis di un anno prima era stata solo una pelle montata sopra un’anima di legno, e neanche una delle magnifiche composizioni che lei e Minerva avevano ammirato alla grande galerie de l'Évolution. No, ad imbalsamarlo era stato un tassidermista incapace che non aveva mai visto un essere umano in vita sua, e ora la pelle tirava e cascava nei punti sbagliati, grottesca imitazione di un essere vivente. Ogni volta che lo scorgeva nello specchio, Artemis sentiva la rabbia montarle dentro. Come fate a non vedere che è così finto?, avrebbe voluto gridare.
Ma adesso era con Minerva, e con Minerva non c’era bisogno di gridare, sussurrare o anche solo pensare. Minerva Γλαυκῶπις, dallo sguardo acuto di civetta. Minerva, che, se le chiedeva: “Cosa c’è?”, non era perché già non lo sapesse. Le stava solo dando la possibilità di esprimerlo ad alta voce.
Artemis sorrise: “Il ristorante. A Barcellona. Quando ci siamo viste la prima volta.”
Sì, Minerva sapeva già tutto, e poteva permettersi di darle corda quando Artemis la prendeva larga: “Oh, sì. Sai, ho cercato di non darlo a vedere, ma ero piuttosto nervosa. Continuavi a guardare nella mia direzione e avevo paura che, chissà come, avessi mangiato la foglia, oui?”
Artemis rise piano: “Se ti stavo guardando, è solo perché eri bella.”
“Adulatrice.”
“No, dico sul serio. Chiedi a Leale e te lo confermerà.”
“Hmmm. Forse lo farò, allora”, annuì Minerva.
La sua voce aveva un tono giocoso, gli occhi verdi che scintillavano da sotto le scure ciglia abbassate. La sinistra era piegata sotto il mento, la destra mollemente appoggiata sul tavolo. Artemis allungò una mano e la prese nella sua, un piccolo gesto che per loro due era più che sufficiente. Perché sprecare fiato per far sapere a tutto il mondo che si amavano, quando quell’intimità era mille volte più preziosa?
“Stavo pensando ai miei genitori. A Disneyland. A quanto falsa fosse la mia vita. Per qualche giorno – o per mille anni – si può anche vivere nel mondo delle fiabe, ma prima o poi arriva il momento di aprire gli occhi.” Sollevò la mano di Minerva che era nella sua, e se la portò alla guancia: “Questo...”, ed era una parola che comprendeva il tavolo, il café, i musei e più di ogni altra cosa, Minerva seduta davanti a lei. Minerva, con il suo sorriso; Minerva, con i suoi occhi verdi; Minerva, con il suo genio.
“...questo è la vita vera.”


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(1) Dante, Inferno, V, 40-43
(2) Dante, Inferno, III, 9
(3) Dante, Inferno, 63-64... in pratica, come dare della troia a qualcuno, ma con stile.
(4) Dante, Inferno, V, 103-105. Minerva ovviamente la gira al femminile.
(5) John Milton, Paradise Lost, I, 249-250
(6) John Milton, Paradise Lost, II, 624-625
(7) un trucchetto diabolico degli esami di anatomia comparata. nonostante sia un marsupiale, e quindi solo lontanamente imparentato con il lupo, il tilacino ha evoluto un cranio sorprendentemente simile.
(8) Artemis sorride perché Megaloceros giganteus non è strettamente imparentato nè con il cervo nè con l'alce, quanto piuttosto con il daino. Quindi, sia etichetta che brochure sono sbagliate..
(9) Artemis sta citando il celebre ritornello da R.L. Stevenson’s L'isola del tesoro. Questo richiede un attimo di spiegazione:i primi resti di Mosasaurus (un rettile acquatico) sono stati rinvenuti vicino a Maastricht (Paesi Bassi). La leggenda (che probabilmente è falsa o almeno esagerata) racconta che i fossili erano stati nascosti per proteggerli dall'armata rivoluzionaria francese, ma che furono di colpo "riscoperti" quando dodici soldati offrirono in cambio 600 bottiglie di vino. Non quindici ma dodici, non rum ma vino, non un morto ma un fossile ma eh, close enough.
(10) In francese: "Oh, potrei avere anche un altro cucchiaino?”
(11) Controverso periodo geologico proposto da alcuni ricercatori che si distinguerebbe per essere segnato dall'attività umana. Uno dei problemi sta appunto dove piantare il golden spike, il chiodo d'oro che segna l'inizio dello strato, perchè l'attività umana non è costante in tutto il globo, come altri eventi catastrofici possono essere stati.
(12) Vedi Fools’ Paradise – If I was your vampire
(13) Quei granelli duri che si trovano nella polpa della pera, tecnicamente cellule lignificate.
(14) In latino: “Qui ci sono i leoni.”
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Notes:


A/N: partiamo con un disclaimer straight outta i vecchi tempi di ff.net: Disneyland non appartiene a me e le opinioni qui espresse sono di Artemis e Minerva, non mie.
AAAAAAA Questo capitolo (che probabilmente ha più note a pié pagina in rapporto al conteggio parole di ogni altra cosa che ho scritto, tesi di laurea compresa... ho scatenato il mio amore per le nozioni inutili) è stata ispirata da una chiacchierata sui musei di storia naturale con theFowlestofthemall conseguente alla sua fanfiction Massive (se vi piace Artemis come ragazza trans, e immagino di sì o non stareste leggendo tutto questo, andate a leggerla perchè è bellissima!) e lo adoro troppo. Arty e Min sono due patatineee :3
Sono passati secoli da quando ho visto la galerie de Paléontologie et d'Anatomie comparée e la grande galerie de l'Évolution, quindi sono andata molto a memoria, però davvero se capitate a Parigi valgono una visita. Non saranno famosi come il Louvre, ma per il valore storico della galerie de Paléontologie et d'Anatomie comparée e la spettacolarià della grande galerie de l'Évolution meritano tutto. La tassidermia è fantastica... quando è fatta bene. Quando è fatta male, i risultati sono quelli che descrive Artemis (cercate il leone del castello di Gripsholm). Oh, e a proposito di Francia, come al solito un grosso grazie ad Eldewind_Dolly per gli aiuti con il francese e i suggerimenti culinari.
Per tornare a questioni più squisitamente Artemisfowliche, ho droppato hints di cose a venire in questo capitolo, quindi occhi aperti!
Alla prossima serie, perchè se Natale è con i tuoi, Capodanno...

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