Chapter Text
«Merda.»
Perché il camino deve essere così rumoroso? Possibile che nessuno abbia ancora inventato un sistema di Metropolvere che non produca il rumore più irritante di tutto il mondo magico? O almeno, un rumore più discreto.
Theo aveva sempre lo stesso pensiero ogni volta che usava la Metropolvere per tornare nella casa della sua infanzia.
Uscì delicatamente dal camino, e sentì l'eco dell'apparizione riecheggiare attraverso i vasti corridoi.
Rimase fermo per un momento, trattenendo il respiro.
Aspettando.
Ascoltando.
Il vuoto.
Il silenzio.
«Grazie Merlino.» Sussurrò.
Si tolse entrambe le scarpe per non emettere alcun rumore e iniziò a camminare rapidamente nella sua ala del maniero.
Se riesco ad arrivare alle mie stanze. Questo è l'obiettivo.
Suo padre non metteva piede nella sua ala da anni.
Salì le scale, restando sul lato destro per i primi 12 scalini, poi saltò al lato della ringhiera per i successivi 3 e infine di nuovo al lato destro per gli ultimi scalini rimasti. Svoltò a destra, cercando di restare nell'ombra, tenendo gli occhi fissi sul pavimento e le orecchie ben attente.
«La vergogna è tornata.»
«Ne sei sicuro? Con lui nell'ombra, e con quel suo nuovo atteggiamento, per un attimo ho pensato che fosse quella stronza di sua madre.»
«Pff, vedere la nostra stirpe finire nelle mani di un ragazzo che...»
«È sempre un piacere, Archibald, Francis, Theodore.» Theo accennò con la testa ai ritratti dei suoi antenati, poi la inclinò verso sinistra per tenere i ricci castani fuori dalla loro vista. Un gesto che era diventato un tic negli ultimi mesi, da quando i capelli gli erano cresciuti più di quanto li avesse mai portati. I ricci erano un po' fuori controllo.
Di solito, quando li teneva più corti, restavano al loro posto. Ma a questa lunghezza — adagiati sull'arco del collo e appena sopra l'inizio del naso — quei dannati ricci finivano sempre per dargli fastidio.
Stavano diventando un problema.
Soprattutto durante la loro ultima missione, mentre aspettavano che si palesasse l'ultima pista su un rifugio dell'Ordine. Lui, Blaise e Draco erano distesi a terra, nascosti da un incantesimo di disillusione, quando Blaise gli aveva centrato in pieno un occhio con uno degli elastici verdi per capelli di Pansy.
«Merda! Ahia. Perché l'hai fatto?»
«Se non ti sistemi quei ricci, finiranno per ucciderti. E in tal caso, mi assicurerò di far scrivere 'Theodore Nott: figlio, amico e unico mangiamorte morto per colpa dei capelli' accanto al tuo nome sulla targhetta nel mausoleo di famiglia.» Sussurrò Blaise con finto tono serio.
Lui sbuffò.
«È divertente pensare che mio padre permetterebbe che il mio corpo venga seppellito nel mausoleo di famiglia,» rispose Theo cupamente, strofinandosi l'occhio che ancora lacrimava. Non era dell'umore giusto per l'umorismo di Blaise.
«Vero,» concordò Blaise, allungando le braccia davanti a sé nell'erba bagnata di rugiada. Erano sdraiati su quella dannata collina da tutta la notte. Da almeno dieci ore. Nessun rifugio dell'Ordine e nessun essere umano era comparso.
Era sempre lo stesso incarico, solo in posti diversi, da sei mesi ormai, cioè dalla Battaglia di Hogwarts. Dovevano controllare l'indirizzo fornitogli, seguire una pista e verificare se quella fosse giusta o sbagliata.
Se la pista si rivelava valida, Blaise era incaricato di mobilitare i Mangiamorte più vicini al luogo tramite smaterializzazione. Draco, invece, doveva osservare esclusivamente l'ambiente, per poi condividerne il ricordo tramite il Pensatoio. Theo era responsabile di mantenere attivo l'incantesimo di disillusione.
Era passato molto tempo dall'ultima volta in cui una delle loro piste si fosse rivelata corretta — e a Theo andava benissimo così.
Aggiungeva quelle notti alla sua banca della memoria, per alimentare incubi efficaci che gli garantissero di non dormire mai più bene.
Quella banca era ormai colma. E non aveva alcuna voglia di aggiungerne un'altra, almeno per un bel po'.
«Scherzi a parte, però, dovresti tagliare quei riccioli prima o poi, o potresti essere scambiato per la Ragazza d'Oro scomparsa e finire in un casino completamente diverso.»
Perfino i grilli smisero di cantare alle parole di Blaise. Theo vide con la coda dell'occhio l'uomo alla sua destra smettere di respirare; i suoi occhi fissavano dritto davanti a sé, ma Theo li osservò mentre lentamente si svuotavano, diventando spenti.
Beh, più spenti del solito.
«Davvero, Blaise? Pensi che sia divertente?» disse Theo, girandosi verso l'uomo sprovveduto alla sua sinistra.
Blaise era bravo in molte cose. Preparare drink, tenere Pansy sotto controllo, russare così forte da rendere indispensabile un incantesimo silenziante anche solo per rimanere nello stesso edificio, organizzare le loro serate di gioco d'azzardo, e, con assoluta costanza, ignorare ogni segnale sociale e non accorgersi mai di cosa stesse succedendo attorno a lui.
Blaise scrollò le spalle con nonchalance, del tutto indifferente alle parole appena pronunciate, e ebbe perfino il coraggio di aprire di nuovo bocca e continuare:
«Ma dai, è vero. Più si allungano, più sembrano la criniera della Granger. Beh, almeno per com'erano i suoi capelli una volta. Chi lo sa più, ormai. Ho sentito una voce che dice che è stata assalita dai lupi mannari e che Greyback glieli ha tagliati tutti per farsi una specie di sciarpa. La chiama la sua criniera di leone.
Oppure c'è quella voce che dice che Bellatrix la tiene appesa per quella massa crespa nel salo...»
Ed è così che Blaise si beccò un bel labbro gonfio. E Theo finì con un occhio nero, grazie a un gancio sinistro finito male in segno di ritorsione. Peccato che avesse mancato il vero colpevole, alla sua destra, che era stato quello a rifilare il colpo a Blaise per primo.
«Sul serio!? Sempre lo stesso dannato occhio!» esclamò Theo, portandosi di nuovo la mano al volto.
Blaise si massaggiava la mano sinistra e si pulì con il gomito la scia di sangue che cominciava a colargli dall'angolo della bocca.
«Scusa, Theo. Ma che diavolo, Frosty!? E quello cos'era!?» disse Blaise con un tono decisamente troppo alto per la situazione.
«Merda, abbassa la voce, Zabini! Anzi, meglio ancora, perché non tieni proprio la bocca chiusa?» sbottò Theo, lanciando un'occhiata al cretino con l'unico occhio ancora funzionante. Cercava di fargli capire con lo sguardo quanto potessero diventare più facili — o molto, molto più difficili — le ore successive, in base a come avrebbe reagito in quel momento.
Blaise lo guardò dall'alto in basso, chiaramente ancora confuso sul motivo per cui si fosse beccato un pugno in faccia, ma dopo aver dato un'occhiata veloce all'uomo in fondo — che fissava ancora dritto davanti a sé, senza nemmeno guardare le nocche appena ammaccate — decise di starsene zitto.
Un uomo intelligente.
Beh, più o meno.
Rimasero in silenzio per quello che sembrò un tempo infinito, osservando il sole che cercava di farsi strada tra le nuvole scure e soffocanti sopra di loro.
Theo tornò al solito gioco mentale che faceva durante quelle lunghe notti di noia: iniziò a elencare pozioni complesse, incantesimi e ricette con la massima precisione possibile. Avrebbe controllato con esattezza quando sarebbe tornato a casa.
Cercava di attenersi sui temi della guarigione, dato che erano quelli che, a suo avviso, si sarebbero rivelati più utili nel loro contesto attuale.
Era molto bravo in quel gioco. Durante il sesto anno, gli era stato offerto uno stage con la Pomfrey, da svolgere nell'infermeria, per affiancarla e approfondire l'arte della guarigione. Questo dopo essere riuscito a impedire che le ferite di Draco, inflitte da Potter, lo uccidessero prima che lei potesse intervenire.
Lei lo aveva elogiato per il suo intervento, mentre le sue mani tremavano, formando piccole pozze di sangue del suo migliore amico sul pavimento di pietra.
Era abituato a gestire il proprio sangue, ma non quello degli altri. In realtà, lui odiava il sangue. Odiava quanto fosse appiccicoso. Come si infilasse in ogni fessura, in ogni piega, ed era dannatamente difficile da togliere. Aveva imparato che, a volte, era più semplice aspettare che si seccasse prima di provare a rimuoverlo.
Era tutto troppo intimo, per lui.
«È una pista morta, questa. Sono dodici ore che fissiamo un campo.» furono le prime parole che Draco disse da quando avevano iniziato la missione.
«Credo che tu abbia ragione. Da dove veniva questa segnalazione?»
«Non lo so. Non me l'hanno detto.»
Quindi Draco non era ancora tornato nelle grazie del Signore Oscuro.
«Di chi è il turno?» chiese Theo, cambiando posizione e raddrizzando la schiena, facendo schioccare diverse vertebre. Quelle missioni di sorveglianza stavano iniziando a diventare insopportabili.
«Di Blaise.»
«Cosa? No, non è vero! L'ho fatto io l'ultima volta, sono caduto in quella maledetta caverna e...»
«Blaise, adesso.» disse Draco, senza nemmeno voltarsi.
«Chi ti ha messo al comando, eh?»
Theo iniziò a roteare gli occhi, ma una fitta gli attraversò l'occhio gonfio, così ne ruotò solo uno.
«Blaise, vai e basta, così possiamo andarcene da qui.»
Blaise fissò Theo per un momento, poi borbottò una serie di imprecazioni a mezza voce e si alzò in piedi.
Theo lo osservò mentre cercava di mantenere attivo al meglio un incantesimo di disillusione piuttosto malmesso, arrancando su per la collina dove sarebbe dovuto trovarsi il rifugio dell'Ordine.
«È la terza falsa pista di seguito.»
Disse, fissando davanti a sé, osservando Blaise inciampare in un punto del campo molto più fangoso di quanto sembrasse in realtà. La metà inferiore del suo corpo scomparve nell'erba alta mentre agitava le braccia per cercare di rimanere in piedi.
«Mer...!» Blaise sparì.
«Sì.» Fu tutto ciò che disse Draco.
Passarono alcuni secondi di silenzio mentre Blaise si rimetteva in piedi e continuava a perlustrare la zona.
«Quindi... la voce su Greyback è... nuova.» Theo stava camminando sul filo del rasoio. E il suo tono incerto lo rendeva evidente.
Nessuna risposta.
«Abbiamo bisogno di un piano?»
Theo notò un impercettibile cambiamento negli occhi di Draco, e un leggero fremito nella sua mano, così aspettò. Conosceva i segnali dell'uomo accanto a lui come conosceva i propri.
Lo osservò mentre Draco espirava lentamente. Emise un lungo respiro che sembrò sciogliere un po' la tensione nelle spalle e ammorbidire i tratti del viso.
«Ne parleremo dopo la valutazione della pista di oggi.»
Theo annuì una sola volta in segno di assenso.
«Va bene. Vieni subito dopo? O il Signore Oscuro ha richiesto la tua presenza per stanotte?»
«No.»
Blaise tornò da loro. E lo sguardo furioso che lanciò a Draco fu quasi memorabile quanto il fango che lo ricopriva. Quasi.
«Mi dovete entrambi dei turni di ricognizione per le prossime quattro fottute missioni!» sbottò, agitando la bacchetta e lanciando in fretta un Gratta e Netta per rimuovere i resti della sua caduta nella palude. «Parlo sul serio, stronzi.»
Theo guardò Draco mentre tirava fuori una sigaretta e gli porgeva il pacchetto.
«Gli do un 6 per il tentativo di ripresa e un 8 per lo splash.»
Draco ridacchiò piano, appena un soffio d'aria gli uscì dal naso, mentre si metteva una sigaretta tra le labbra e l'accendeva con un incantesimo silenzioso.
«Nah, la caduta stile grotta si meritava un 8. Per quella piccola piroetta, al massimo, gli do un 7.»
Gli lanciò il pacchetto di sigarette contro il petto.
«Vi odio così tanto.» borbottò Blaise, mentre ne prendeva una con cautela e la sistemava all'angolo della bocca che non mostrava un taglio gonfio.
«Potresti sempre chiedere di essere assegnato ai nostri padri. Dicono siano una delizia lavorare con loro. Con tutti quelle incursioni, le torture, e oh, non dimentichiamoci il genocidio!» disse Theo, carico di sarcasmo mentre giocherellava con gli anelli di fumo che stava creando.
«Sembra una festa,» mormorò Blaise. «Andando di questo passo finiremo a ritrovarci dalla parte sbagliata delle bacchette dei vostri cari papà prima del previsto. Questa è la terza pista sbagliata di fila, giusto?»
L'unico segno di assenso fu un leggero cenno del capo da parte del biondo alla sua sinistra.
Theo inspirò a lungo, trattenendo il fumo in fondo alla gola. Per un attimo, sentì di avere un piccolo frammento di controllo.
Quella era la sua parte preferita delle sigarette. Non la nicotina, ma il fumo.
Amava il controllo che aveva su di esso. Amava manovrarlo, modellarlo, trattenerlo, crearlo.
Si considerava un artista, per ciò che riusciva a fare con quel piccolo bastoncino acceso tra le labbra.
Il fumo, il controllo: ecco la vera dipendenza.
Ma, come tutte le dipendenze, ebbe vita breve.
Il fumo iniziò a dissolversi nella reazione organica e chimica tra i fluidi e nello spazio nella sua gola.
Provò a trattenerlo.
A farlo suo prigioniero.
A rinchiuderlo.
Ma dopotutto era solo fumo, proprio come il suo controllo.
Aprì la bocca e tossì leggermente.
Le lacrime pizzicavano il suo occhio nero.
«Non è colpa nostra se queste piste fanno schifo. Stiamo facendo il nostro lavoro: stesi su queste dannate colline, nascosti dietro rocce o appoggiati contro alberi per giorni interi sotto questa merda di pioggia.»
Blaise sbuffò piccole nuvole di fumo, frustrato.
«Merlino, ho bisogno di una doccia bollente di notte, uno sformato di carne e patate e il mio letto. Mi manca il mio letto.»
«Ti manca Pansy,» commentò Draco con un sorriso appena accennato.
«Mi manca Pansy in tutte le cose che ho detto. Sotto la doccia, a letto...»
«Dentro uno sformato? Dai, Blaise, so che voi due siete un po' perversi, e siamo pure gli scagnozzi del più malvagio Signore Oscuro che il mondo magico abbia mai visto, ma persino per me quello è un po' troppo. È fuori dal mio contesto.» Theo rise della propria battuta.
Merlino, sono esilarante.
«Stavo per dire: nel mio letto con lo sformato a ricoprire certi punti affascinanti, stronzo. Cosa che, tra l'altro, abbiamo già fatto. Giusto per non preservare la tua innocenza.» Blaise lo fissò con aria trionfante.
«Com'era quel detto nella nostra Casa negli ultimi anni? Ah, sì: Theo Nott, l'unico Caposcuola a non aver mai ricevuto un pompino!» *
Blaise gli fece un finto saluto educato con il dito medio mentre pronunciava la frase.
«Peccato che non abbia mai avuto nemmeno la possibilità di diventare Caposcuola, grazie al nostro eterno e potentissimo Signore Oscuro,» mormorò Theo, scrollando la testa verso sinistra per spostare quei maledetti ricci castani dagli occhi. Erano ancora più fastidiosi con l'occhio gonfio.
«Oh, andiamo, sappiamo tutti che lo saresti diventato. Draco cercava di darti del filo da torcere, ma dopo che gli è stato ordinato di uccidere uno dei maghi più potenti della storia durante il sesto anno, era un po'... distratto, diciamo. E alla fine sei passato in vantaggio.»
Blaise provò a curarsi il taglio sul labbro con un incantesimo non verbale, ma non funzionò.
«Pensa solo a quanto ci saremmo divertiti venendoti a trovare. Avremmo saccheggiato il tuo frigo e mangiato tutta quella costosissima merda importata che ti piace tanto, avremmo organizzato serate di gioco d'azzardo nella sala comune, vomitato su quel tappeto orribile che dici dimostri il tuo buon gusto. Ah, e non dimentichiamo la parte migliore! Far impazzire la Principessa dei Grifondoro. Sul serio, riesco a immaginare la sua faccia nel vederci giocare a strip poker nella sala comune o mentre radevamo a zero quel suo orribile gatto. O scambiandole lo shampoo con una tinta camaleontica del negozio di scherzi. O inventando qualche battutina sul fatto che la Caposcuola non fosse poi così brava a fare...»
«È abbastanza.»
Sia Theo che Blaise si voltarono verso Draco. Teneva la testa china e gli occhi chiusi.
A volte, Blaise sapeva davvero essere uno stronzo.
«Se hai finito, posso smaterializzarci fino alle baracche di ricognizione, e poi lasciarti lì per occuparti del collegamento e delle scartoffie.»
Draco era tornato in modalità "tutto affari". La tensione era tornata nelle sue spalle; i suoi respiri erano troppo corti, troppo pochi. E i suoi occhi grigi... erano di nuovo senza vita.
«Zabini, ti è stato richiesto di restare come intermediario per il settore di ricognizione, a rappresentare l'unità.»
Gli porse una lettera con i documenti. Blaise inspirò lentamente, e tutta la stanchezza che si portava dentro affiorò in superficie.
«Fantastico. Questo significa che dovrò avere a che fare con Flint. E letti minuscoli. E Flint. E quell'acqua che chiamano zuppa. E lamenti e gemiti tutta la notte dall'infermeria. E docce con l'acqua gelata. Ah, e ho già detto Flint?»
«Pansy è lì, sai.»
L'intero atteggiamento di Blaise cambiò all'istante.
«E perché diavolo non l'hai detto prima!? Perché stiamo qui a perdere tempo a fumare quando potrei essere già a letto con lei? Muoviamoci.» Blaise posò un braccio su Draco, poi afferrò velocemente Theo mettendogli il suo sull'altro braccio di Draco, facendo sussultare Theo leggermente, un peso che gli si posò sul petto.
«Puoi anche restare a guardare, Nott. Magari ti insegno qualcosa.»
Theo lasciò cadere la sigaretta a terra e la schiacciò con il piede.
«I feticismi legati al cibo non fanno per me, Zabini. Goditi il tuo sformato.»
«Vedi? Dire cose del genere dimostra solo che sei vergine, Nott. Per l'amor di Merlino, dici persino "feticismo" nel modo sbagliato. Ma dimmi... ci sei mai andato vicino a...»
Il vortice e la sensazione intensa della Smaterializzazione di Draco, per fortuna, coprirono il resto della frase di Blaise.
Theo raggiunse la porta delle sue stanze senza udire altro rumore provenire dalla casa. Erano passate due settimane dall'ultima volta che era tornato a casa, era stato via con Draco a inseguire pettegolezzi e cercare informazioni. Aprì la porta ed entrò nella sua sezione del maniero.
Era un insieme di undici stanze che aveva fatto ristrutturare per creare una sorta di piccola casa tutta sua, all'interno del maniero. L'unico ingresso era la porta da cui era appena entrato, e il camino collegato alla Metropolvere nella sua camera da letto permetteva l'accesso solo al suo ristretto gruppo di fidati Serpeverde.
Quelle undici stanze erano il suo rifugio sicuro.
Tre camere da letto, una cucina, una sala giochi, due bagni, un balcone, una biblioteca, un salotto, uno studio e la stanza d'ingresso, dove appendeva le sue vesti da Mangiamorte nell'armadio accanto alla porta.
Fece un respiro profondo, sentendosi esausto dopo un'altra notte senza sonno, e decise di controllare i danni al suo occhio. Si diresse verso il bagno privato collegato alla sua camera da letto.
La stanza rispecchiava i gusti squisiti del resto della sua piccola casa dentro la casa. Quello che Blaise definiva costantemente pacchiano, sgargiante, stile da 'tette-da-vecchia-signora,' Theo lo adorava.
Sì, ogni cosa aveva un motivo. C'era un ricamo su ogni pezzo di stoffa presente, nei toni scuri del bordeaux, del verde e del beige. I numerosi mobili, che occupavano gran parte dello spazio, erano tutti in stile vittoriano e grandiosi. In ognuno di essi, Theo si sentiva un re. E adorava quella piccola bugia di sensazioni.
Ma ciò che amava più di tutto—e che i suoi amici regolarmente disprezzavano—erano i suoi inestimabili manufatti storici, che loro chiamavano cianfrusaglie, e che facevano sembrare lo spazio più un museo che una casa. O, come diceva Blaise, uno sguardo nella mente di un accumulatore seriale. Theo si limitava sempre a roteare gli occhi.
Per quale assurda ragione dovrei mai essere influenzato dall'opinione di qualcuno che possiede un puff come unico mobile, e ne va pure fiero?
Collezionava manufatti, pubblicazioni, opere d'arte e trascrizioni da quando ne aveva memoria, e conosceva la storia di ogni singolo pezzo del suo piccolo rifugio. Proprio come ricordava bene l'ultimo pezzo che Blaise aveva rotto durante una delle sue partite a "quante volte riesco a lanciare la palla nello stesso punto sul soffitto": era un carillon incantato, un pezzo unico, che custodiva la registrazione originale del primo Smistamento avvenuto a Hogwarts. Era inestimabile, e ora era perso per sempre.
Ogni volta, Theo creava magicamente una targhetta commemorativa per l'oggetto perduto, cercando di preservarne il posto nella storia il più allungo possibile.
"Il Carillon Incantato Bedillion, contenente il suono originale del primo Smistamento mai avvenuto alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Distrutto da Blaise Zabini e dalle sue palle."
Attualmente c'erano ventidue targhe sparse in giro, a fare da fantasmi ai manufatti eccezionali distrutti da Zabini. Certo, magari sarebbe stato bello aggiungere qualche stanza in più per rendere l'area più spaziosa, ma ormai non aveva nemmeno più il tempo di lanciare un incantesimo per tagliarsi i capelli. Quando mai avrebbe trovato il tempo di potenziare magicamente le sue stanze, di nuovo?
Mentre camminava, lanciava occhiate discrete attorno a sé. Nulla era stato toccato. Ovviamente. Nemmeno gli elfi domestici avevano il permesso di entrare in quelle stanze.
Si fermò davanti alla grande toeletta del suo bagno e lentamente vi alzò lo sguardo.
Cazzo, assomiglio davvero a mia madre. Francis non stava mentendo.
Anche se era stato in giro per il mondo nelle ultime due settimane, il suo viso non mostrava nemmeno l'ombra della barba che di solito si vedeva a fine giornata. Non riusciva a farsi crescere i peli del viso nemmeno volendo, nemmeno ora che aveva diciannove anni. Poteva concedere la sua esistenza e il suo intero corpo al mago oscuro più potente della storia, ma non farsi crescere la barba?
Oh, l'ironia.
Al sesto anno, Adrian Pucey era tornato con una barba molto impressionante — e per nulla a chiazze. La cosa l'aveva sorpreso... e anche fatto rosicare parecchio. Così aveva provato a creare una pozione per stimolare la crescita della barba. Era andata malissimo. Invece di far crescere i follicoli attorno alla bocca e al mento, la pozione aveva potenziato quelli già esistenti. Le sopracciglia gli avevano invaso tutta la fronte, arrivando fino all'attaccatura dei capelli. E le ciglia? Cinque pollici di lunghezza (sì, le avevano misurate davvero) prima che Pomfrey riuscisse a contro-maledire il disastro.
Insomma, aveva la faccia da ragazzino. Ce l'aveva sempre avuta, e probabilmente l'avrebbe avuta per sempre. Gli dava un'aria vagamente femminile, cosa che non aiutava affatto, considerando tutte le altre somiglianze legate a sua madre.
Aveva i suoi occhi verde-oliva, morbidi e spalancati; i suoi capelli castani sottili, che si arricciavano man mano che crescevano; la sua carnagione, appena più scura del pallido, ma che mostrava subito il rossore quando si emozionava o si arrabbiava; e quella piccola costellazione di lentiggini alla base del collo. Aveva ripreso tutto da sua madre. O almeno, così mostravano le fotografie.
E poi c'era il fatto che suo padre fosse praticamente l'opposto in tutto. Era contento di assomigliare a sua madre. Lei era bellissima. E lui... lui era nella media. O almeno lo era stato, prima di ricevere quel maledetto marchio sul braccio. Ora era più pallido. Aveva messo su peso, a differenza di altri come poteva essere Daphne Greengrass, che sembrava quasi sparire a causa dello stress — a modo suo, era un'altra forma di distruzione. Le occhiaie violacee sotto gli occhi rendevano il verde più spento, più stanco, più vecchio.
Distolse lo sguardo dallo specchio e afferrò la bacchetta.
«Accio kit da guaritore.»
Una grande borsa di cuoio fluttuò nel bagno e atterrò sul mobile del lavabo. La aprì e iniziò a cercare le poche cose di cui aveva bisogno per curarsi l'occhio. Niente di serio. Un po' di Pasta Rimuovi-Lividi, una Fiala Sgonfiante e un impacco caldo sarebbero bastati.
Cercò nella tasca posteriore sinistra e trovò il barattolo vuoto.
«Merda...» sussurrò tra sé. «Merda.» Lo ripeté, come se con la sola frustrazione potesse far apparire la Fiala Sgonfiante.
Sapeva dove poteva riempire di nuovo la boccetta. Non era davvero intelligente lasciare queste scorte vuote. Draco sarebbe morto al sesto anno, e anche durante la Battaglia di Hogwarts, se fossero state vuote state allora. Ma l'idea di lasciare il suo rifugio sicuro e attraversare l'altro lato del maniero...
«Merda.»
Rovistò nel resto della borsa per vedere quali altre scorte doveva rifornire mentre si trovava nella sala pozioni di suo padre. Fece una lista mentale degli altri quattro ingredienti da rifornire, così lasciò il bagno e si diresse verso la porta.
La mano gli tremò sulla maniglia.
Dannazione, riprenditi, Theo. Sei più alto di lui e più intelligente di lui da quando avevi quattordici anni. Inoltre, non c'è nessuno qui. Non hai sentito un singolo rumore salendo fin qui. Sai bene che quando tuo padre è a casa, ci sono sempre dei rumori.
Fece lentamente scattare la maniglia della porta, ascoltò ancora per qualche istante prima di convincersi dal suo piccolo discorso motivazionale, e iniziò silenziosamente a scendere nel corridoio.
189 passi.
Quelli erano quanti ne servivano per arrivare alla stanza delle pozioni. I passi dal numero 111 al 164 erano quelli con la reputazione di essere i più pericolosi.
Era al 67... 68... 69... in quel momento.
Ancora nessun rumore.
Non è a casa. Ha una riunione stasera a Malfoy Manor, lo sai. Calmati.
Il suo corpo non lo ascoltò. Per quanto ci stesse provando, i polmoni si rifiutavano di espandersi e il battito cardiaco non ne voleva sapere di rallentare.
109... 110... 111...
Merda, il suo occhio non faceva nemmeno così male. Ne aveva affrontate di ben peggiori e ne era uscito sempre vivo. Doveva solo tornare nella sua stanza. Sì, bastava solo un asciugamano caldo e un po' di disinfettante.
135... 136... 137...
Vide che la porta dello studio di suo padre era spalancata, ma le luci erano spente. Sì, il diavolo non era in casa.
"Grazie, Merlino," sussurrò, mentre raggiungeva il gradino 165.
Solo pochi altri passi e avrebbe potuto aprire la porta della stanza delle pozioni ed essere di nuovo al sicuro. Lasciò scivolare via un po' della tensione dalle spalle e camminò più dritto, con più sicurezza e meno paura. Avrebbe dovuto prendere anche un po' di essenza di Purvincolo, non che stesse finendo, ma meglio...
"AGH!"
Theo si bloccò di colpo. Rimase paralizzato a pochi passi dalla sua destinazione. Cos'era stato? Rimase fermo, in ascolto.
In silenzio.
Solo.
Era convinto che fosse stata solo la sua mente a inventarsi quel suono. Aveva la tendenza a fare cose assurde ogni tanto, e non dormiva da tre notti, quindi era plausibile.
Sì, è solo il tuo fottuto cervello intelligente che ti convince che stai morendo. Niente di fuori dall'ordinario per te, caro Theo...
«No... Ti prego, no... F-fermo, fermo, fermatiii... No, noo, no, no AGH!»
Le urla provenivano da dietro di lui. Theo chiuse gli occhi mentre si girò e ascoltò di nuovo. Riuscì a sentire qualcosa che sembrò essere un peso scivolare, seguito da colpi sordi contro il muro alla sua sinistra.
Merda, non a sinistra...
Sentì un rumore forte, fin troppo familiare per essere qualcosa di diverso da una mano che colpisce la carne. Sussultò mentre un suono corto e debole sfuggì alla vittima. Ora solo deboli lamenti provenivano da lei.
Da lei.
Sì, era decisamente una donna.
L'ha portata nella stanza a sinistra...
Theo sentì un conato salirgli in gola mentre si rifugiò nell'ombra del corridoio, ascoltando i suoni orribili di suo padre che brutalizzava una donna. Tra l'orrore e il disgusto che gli si strinsero addosso come un cappio, s'insinuò anche la confusione. Suo padre non portava mai le sue donne nella stanza a sinistra. Perché questa sì?
E anche se in passato era stato brutale con le sue amanti—Theo, purtroppo, ci era passato più di una volta, sentendo suoni che sembravano più scene di piacere perverso che vera violenza—questa volta era diverso. Le urla non avevano nulla di erotico. Erano agghiaccianti. Piene di dolore crudo, reale. Di una sofferenza che, purtroppo, Theo conosceva fin troppo bene.
All'improvviso, i rumori cessarono. Suo padre doveva aver lanciato un incantesimo di silenziamento nella stanza...
«Puttana!» sentì un tonfo improvviso contro qualcosa. L'aveva presa a calci, senza alcun dubbio.
Merda, suo padre stava per uscire, e lui era lì, come un perfetto idiota, nel corridoio — esattamente nella sua linea visiva. Theo si lanciò di corsa verso l'ingresso principale e si sistemò rapidamente, come se fosse appena arrivato attraverso il camino. La mente non stava nemmeno ragionando, era il corpo a muoversi da solo, per istinto, per sopravvivenza.
Fece qualche passo e finse di spolverarsi la parte frontale delle vesti, proprio mentre suo padre sbucò dall'angolo.
I loro occhi si incontrarono. Si fissarono. Nessuno dei due parlò. Nessuno dei due si mosse.
E il peso iniziò a premere sempre più forte.
Theo notò che i suoi vestiti erano ancora in disordine e macchiati di sangue, mentre cercava goffamente di rimetterli a posto. Quel che restava dei suoi capelli era tutto un insieme di ciocche sparate in ogni direzione. Ma ciò che colpì di più Theo fu l'orecchio.
Stava sanguinando abbondantemente. Da quella distanza non ne era certo, ma gli sembrava improvvisamente molto più piccolo dell'altro...
Il padre di Theo alzò rapidamente la mano e si coprì la ferita, quasi d'istinto, come a voler cancellare l'evidenza.
«Theo.»
«Padre.»
Continuarono a fissarsi. Il peso continuava a premere.
«Un altro vicolo cieco, suppongo?»
Non era davvero una domanda, quindi Theo non rispose
«Perché ti sta sanguinando l'orecchio?»
Il padre lasciò andare un sospiro irato, serrando l'altra mano contro il fianco. Le nocche erano ammaccate e insanguinate.
Di chi era quel sangue?
«Mi sono procurato un nuovo giocattolo,» disse quasi in un sussurro, con la mente chiaramente già altrove. Qualunque fosse questo nuovo "giocattolo", non sembrava comunque dargli particolare soddisfazione. «Sentiti libero di usarlo come preferisci. Basta che resti viva. Ordini del Signore Oscuro.»
Si fermò un attimo per strappare il fondo della camicia elegante e premerlo sull'orecchio ferito. «Sempre che tu non abbia problemi a essere compagno di tunnel con il tuo vecchio.»
Compagni di tunnel? Cosa diamine stava a significare?
Theo annuì in segno di riconoscimento. Suo padre ricambiò il gesto con un cenno del capo e iniziò a camminare verso la sezione del maniero dove si trovavano le sue stanze, probabilmente per cambiarsi, intuì Theo.
«La mia nuova missione inizia stanotte dopo la riunione. Starò via fino a quando i Mezzosangue non saranno sterminati dall'area Scandinava.»
Lo disse come se stesse andando a prendere una bottiglia di latte.
«Certo, padre. Buona fortuna.»
Suo padre non si voltò alle sue parole, ma sbuffò verso il vuoto davanti a sé. Fortunatamente era stanco, altrimenti quella chiacchierata avrebbe probabilmente preso una piega molto diversa.
Theo aspettò che suo padre girasse l'angolo prima di correre di nuovo nelle sue stanze. Appena chiuse la porta dietro di sé, crollò a terra.
Non riusciva a respirare.
Sentiva il battito del cuore rimbombargli nelle orecchie come l'Hogwarts Express in arrivo sui binari.
Alzò lo sguardo e vide dei piccoli punti neri alla sua vista.
Era un'attacco di panico.
La stanza sembrava rimpicciolirsi.
Il petto gli bruciava.
Cominciò a tirarsi i capelli.
Non riusciva a respirare.
Respira, maledizione, stai bene.
Cervello, stai bene.
Cuore, stai bene.
Theo, stai bene.
Per le tette di Merlino, funzionate polmoni!
Theo, stai bene.
Chiuse gli occhi e rimase rannicchiato sul pavimento per chissà quanto tempo, aspettando che la paranoia e il panico abbandonassero il suo corpo.
Inspira... 228... Espira... 229...
Non poteva affrontare tutto questo in quel momento. C'era una ragazza nella stanza a sinistra. Doveva aiutarla. Doveva andare subito da lei.
Ma il suo corpo non gli permise di alzarsi.
Non gli permise nemmeno di respirare.
Non ci si abitua mai agli attacchi di panico. Pensava che un giorno sarebbe successo, ma dopo dieci anni passati ad averli con una certa regolarità, ormai sapeva che il corpo non si abituava mai alla sensazione di star morendo.
Perché anche se l'anima era già morta, a volte era il cervello a non voler collaborare.
Inspira... 313... Espira... 314...
Il suono lieve del camino che si attivava arrivò fino alla sua stanza. Suo padre era andato via. In qualche modo, diventava più facile respirare in automatico.
«Theo, stai bene. Theo, stai bene.»
Si mise a sedere e alzò le mani sopra la testa, inspirando ancora un paio di volte profondamente prima di alzarsi in piedi.
C'è una ragazza nella stanza a sinistra.
Aprì la porta e corse di nuovo giù per il corridoio.
La stanza a sinistra è la mia stanza. Solo mia. La stanza a sinistra è...
Theo non riuscì a finire quel pensiero, che il petto gli si strinse di nuovo. No, il suo corpo era già abbastanza provato in quel momento. Non aveva la forza mentale per affrontare quei pensieri oscuri.
Hai abbastanza coraggio per entrare in quella dannata stanza?
I suoi piedi esitarono per un attimo, ma poi ripresero subito ad avanzare. C'era una ragazza nella stanza a sinistra. Ovviamente doveva solo entrare e portarla via. Avrebbe chiuso gli occhi finché non fosse stato necessario aprirli, poi avrebbe dato solo uno sguardo veloce, verso di lei. L'avrebbe portata fuori e avrebbe chiuso la porta il più velocemente possibile.
Wow, che piano geniale, Caposcuola mancato. Chiudi gli occhi e corri, brillante. Ecco perché Draco è lo stratega...
Si fermò davanti alla porta a sinistra. La porta sembrava identica a tutte le altre del maniero, nulla di particolare all'apparenza. Ma lui conosceva la verità. Esitò solo per un secondo prima che la sua mano toccò la maniglia. Un attimo in più, e la codardia avrebbe vinto. Theo chiuse gli occhi, e la porta non emise alcun suono mentre la aprì rapidamente ed entrò in quel buco senza luce. Aprì solo un pò l'occhio non danneggiato e distinse la sagoma di un corpo sul pavimento, alla sua destra.
Okay, prendila e vai. Prendila e vai. Prendila e...
Il suo intero corpo venne scosso da un tremito mentre guardava quella che pensava fosse solo una persona a terra.
Era nuda.
Era priva di sensi.
Stava sanguinando.
Era piena di lividi.
Era legata.
Lei era...
Gli occhi di Theo si spalancarono oltre le fessure quando realizzò chi fosse.
«Merda.»
